LIBIA. CRONACA ANNUNCIATA DI UNO STATO FALLITO.

LIBIA. CRONACA ANNUNCIATA DI UNO STATO FALLITO.

 

Uno sguardo lucido e attento a quel che è avvenuto in Libia…a poche miglia marine dalla nostra costa….

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini 

Nel Paese che non fa più notizia, la Libia, il New York Times indica Egitto ed Emirati come organizzatori e responsabili dei raid del 25 agosto contro i jihadisti “Scudo di Misurata” impossessatisi pochi giorni prima dell’aeroporto di Tripoli, devastato da settimane di guerriglia fra opposte fazioni.

Il Paese è ormai diviso in Tripolitania al Nord Ovest, Cirenaica al Nord Est e Fezzan nell’area montagnosa centrale, ed è preda di oltre un migliaio di milizie in conflitto fra di loro e contro quello che era uno Stato.

Le elezioni del 25 giugno si concludono con una bassa partecipazione di votanti ma con due Parlamenti, uno a Tripoli e uno in Cirenaica, a Tobruk, e due Premier.

Un francobollo della Tripolitania italiana

Un francobollo della Tripolitania italiana

A Tripoli il Presidente è l’islamista Omar al-Assi, a Tobruk l’altro è Abdullah al-Tinni, vicino all’ex generale Khalifa Haftar, che dall’inizio del 2014 con l’appoggio di militari governativi e delle milizie di Zintan, dichiara guerra ai gruppi islamisti da Benghasi e Tripoli cercando di imporsi come nuovo leader del Paese.

Haftar, auto-esiliatosi negli Usa sin dagli anni ’80 trascorrendovi oltre 20 anni, ritenuto vicino alla CIA, è rientrato in Libia nel 2011 dopo la caduta di Gheddafi.

Questo è il quadro della situazione quando il primo Parlamento, il Congresso Generale Nazionale eletto nel luglio 2012 a maggioranza islamista, non riconosce il risultato elettorale di giugno e nomina Premier al -Assi.

A Tobruk, sede del secondo Parlamento, la Camera dei Rappresentanti Libici formatasi con le elezioni di giugno a prevalenza laica, conferma al-Tinni, precedente Premier dimessosi ad aprile dopo un attentato alla sua abitazione.

Dal Paese ormai senza controllo partono due filiere di persone.

a) Migliaia di jihadisti con enormi quantità di armi saccheggiate dopo l’uccisione di Gheddafi vanno a ingrossare le fila delle formazioni radicali operanti in Sinai, Mali, Repubblica Centro Africana, Siria, Iraq, Libano, Yemen.

   b) Profughi sub sahariani eritrei, etiopi, somali e masse di sfollati siriani, iracheni, palestinesi partono dalle coste libiche per attraversare il Mediterraneo su “barconi della speranza” spesso finiti in naufragi con centinaia di vittime.

Eppure nel 2010 la Banca Mondiale documentava che la Libia manteneva “alti livelli di crescita economica” con aumento medio del PIL del 7,5% annuo e registrava “alti indicatori di sviluppo umano” tra cui: accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e per il 46% a quella del livello universitario; tenore di vita notevolmente più alto rispetto agli altri Paesi africani nonostante le disparità fra ricchi e poveri.

Incontro di leaders mondiali  per la Libia nel 2011

Incontro di leaders mondiali per la Libia nel 2011

Il documento della Banca Mondiale era supportato da fatti. In Libia trovavano lavoro circa 2 milioni di immigrati provenienti perlopiù dalla fascia sahelo-subsahariana e dal Corno d‘Africa, facendo dello Stato un fattore di stabilità e sviluppo in Nord Africa.

Il fattore determinante è che la Libia con i suoi investimenti aveva favorito la nascita di organismi che avrebbero reso possibile una svolta epocale nel continente: l’autonomia finanziaria dell’Africa.

In Africa, la “Libyan Arab African Investment Company” aveva investito nei 27 Paesi della “Comunità Economica per lo Sviluppo della Comunità sahelo-africana”(CEN-SAD) la cui segreteria è a Tripoli, nei settori manufatturiero, minerario, turistico, agricolo e delle telecomunicazioni.

Inoltre, la Libia aveva finanziato le opere per la realizzazione di tre Istituti economici dell’Unione Africana: “Banca Popolare di Investimento”, con sede a Tripoli, “Fondo Monetario Africano” con sede a Yaoundé (Camerun), “Banca Centrale Africana” con sede ad Abuja.

Lo sviluppo di questi tre organismi avrebbe consentito all’Africa di sottrarsi al controllo di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con conseguente liberazione dal Franco CFA, la moneta che sono tuttora obbligati a usare i 14 Paesi, già colonie francesi.

Poteva essere evitato allora quello che sta succedendo adesso? La risposta è si, poteva essere evitato.

Una breve sintesi dei fatti, arricchiti dal recente libro “Eclipse sur l’Afrique” di Jean Ping, ex Ministro degli esteri del Gabon ed ex Presidente della Commissione dell’Unione Africana dal 2008 al 20013, spiegano come.

L’Union Africaine (UA) è stata l’unica Organizzazione Internazionale a proporre una soluzione politica per la Libia, ultimo dei Paesi maghrebini a essere interessata da sommovimenti popolari iniziati a Benghasi, il 17 febbraio 2011 per commemorare due massacri eseguiti dal regime: il 17 febbraio 2006 a Benghasi, in occasione dell’assalto al Consolato d’Italia, per protestare contro l’esponente politico italiano che aveva esibito in TV una maglietta dissacrante il Profeta Maometto, si conclude con l’intervento di Forze libiche con un bilancio di decine di morti, numerosi feriti e centinaia di arresti; il 26 giugno 1996 nel carcere di Abu Sleim di Tripoli, quando vennero uccisi 1.278 detenuti, per la maggior parte originari di Benghasi. Il 17 marzo 2011, l’intervento del 32° Reggimento delle Forze Speciali guidate dal colonnello Khamis al-Gheddafi, figlio 29 enne del leader, fu esagerato: ordinò di sparare sui manifestanti disarmati e provocò 4 morti e una decina di feriti, suscitando manifestazioni di protesta in tutta la Cirenaica poi estesesi nel resto del Paese, con frequenti scontri fra contestatori e militari del regime.

   Il 10 marzo 2011, l’UA aveva approvato una road map in tre punti: cessazione immediata delle ostilità, dialogo fra le parti per una transizione consensuale con esclusione della permanenza di Gheddafi, adozione di un sistema democratico.

Il 19 marzo, a Nouakchot (Mauritania), mentre il Comitato dei Capi di Stato cercava di convincere le parti in conflitto ad accettare una soluzione politica, telefonò il Segretario Generale dell’ONU. Ban Ki Moon stava partecipando a Parigi al Vertice internazionale con dirigenti arabi, europei e statunitensi e invitava il Comitato a non recarsi il giorno seguente in Libia perché doveva essere il giorno in cui sarebbero iniziate le operazioni militari della NATO in quel territorio.

Cosa era successo? Sin dai primi giorni delle manifestazioni si erano palesati attori esterni, sull’onda di una campagna mediatica di disinformazione orchestrata dalle emittenti arabe “Al Jazeera” e “Al Arabiya”. Gruppi laici e islamici di eterogenea matrice e provenienza stavano agendo sotto l’ombrello di un improvvisato “Consiglio Nazionale di transizione” che la Francia riconobbe subito come “rappresentante del popolo libico” attribuendogli uno status politico. Sullo stesso piano si poneva l’improvvisata “coalizione occidentale” operante sotto l’ombrello NATO – USA.

Questo era la realtà del 26 febbraio 2011, quando a soli 9 giorni dall’inizio di manifestazioni a Benghasi, su pressione di USA, Gran Bretagna e Francia, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la Risoluzione 1970.

Ban ki Moon

Ban ki Moon

La Risoluzione comminava alla Libia sanzioni, sanciva il deferimento alla Corte Penale Internazionale del leader libico e di alti esponenti del regime e imponeva il divieto di intervento sull’area di Benghasi, già circondata dall’Esercito governativo.

Ai primi Paesi si erano già allineati Canada, Danimarca, Giordania, Italia, Lega Araba Paesi Bassi, Qatar, Spagna, Svezia e Turchia.

Le Forze libiche controllavano la situazione nonostante i manifestanti dei primi giorni fossero stati rinforzati da numerosi profughi egiziani che, vicini ai Fratelli Musulmani, erano ricercati e avevano raggiunto la Libia attraversandone la porosa frontiera.

   Un’altra Risoluzione del C.d.S. ONU venne adottata dopo solo due settimane: il 17 marzo, la Ris.1973 deliberava un immediato cessate il fuoco, no fly zone nello spazio aereo libico “per proteggere i civili”, escludendo il dispiegamento di un Esercito di occupazione.

   Francia e U.K. iniziarono i “bombardamenti “umanitari” la sera stessa e come gli altri interventisti interpretarono in modo estensivo la Risoluzione 1973/2011.

   L’UA non si lasciò convincere e il 10 aprile il Comitato dei Capi di Stato volò a Tripoli e incontrò Gheddafi.

Il giorno successivo, a Benghasi, la delegazione fu circondata in aeroporto e insultata fino all’arrivo nell’hotel per i colloqui con il Presidente del CNT, Mustafà Abdel Jalil, svolto fra le urla dei manifestanti.

Gheddafi accettò la proposta, comprendente anche l’asilo in un Paese disponibile. L’improvvisato Presidente del nuovo soggetto politico creato dall’estero rispose invece con un ‘no’.

   Quello che seguì fu l’apocalisse…

In meno di 8 mesi, l’aviazione della NATO effettuò 9.700 missioni di attacco con oltre 40 mila bombe e missili, distruggendo 5.900 obiettivi militari; da terra furono infiltrate Forze Speciali di USA, U.K., Francia, Qatar e finanziate   milizie islamiche e no.

   Il 20 ottobre 2011, pochi giorni dopo la visita del Segretario di Stato USA a Tripoli, l’aviazione francese intercettò il convoglio di Gheddafi e lo bombardò. Ferito, Gheddafi tentava di allontanarsi a piedi ma scoperto da un gruppo di insorti, fu seviziato e ucciso.

Pochi giorni dopo, il Presidente USA definì l’assassinio di Gheddafi “morte che manda un forte messaggio a tutti i dittatori del mondo”.

I pochi analisti dissonanti rispetto alle versioni main stream degli eventi furono ignorati o criticati.

Questa “guerra umanitaria” può essere vista come un tentativo di depotenziare la spinta propulsiva delle sollevazioni in corso sin dall’ottobre 2010 per evitarne la possibile espansione verso i Paesi dell’area alleati dell’Occidente? E quale programma era previsto per affrontare le possibili conseguenze?

Perché sorprendersi ora se Ansar al Sharia che ieri ha combattuto Gheddafi, l’11 settembre 2012 assalta l’Ambasciata USA di Benghasi uccidendone l’Ambasciatore e 4 funzionari con le armi da loro ricevute di Misurata? E perché in Mali, Repubblica Centro Africana, nella fascia sahelo-subsahariana, Siria e Iraq fra i jiadisti più efferati i libici sono molti e portano le armi sottratte da caserme e depositi del regime libico ?

In quali condizioni si trovano i Paesi toccati dalle “guerre umanitarie”?

Perché è sensibilmente aumentato il numero dei migranti provenienti dalle coste libiche?

Al Qaeda e i gruppi di uguale matrice non sono forse state armati anche dagli USA durante la guerra del 1979 – 1989 nell’Afghanistan invaso dai sovietici e non le hanno poi puntate contro chi gliele aveva date?

Certo, quanto succede dopo il ritiro delle Forze impegnate nelle “guerre umanitarie” può essere considerato solo “danno collaterale”.

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One Responseto “LIBIA. CRONACA ANNUNCIATA DI UNO STATO FALLITO.”

  1. Ivan scrive:

    Uno sguardo all’Italia, nel frattempo…Il premier, noto amico del leader libico Gheddafi, è stretto all’angolo da uno scandalo “sessuale” e di fatto non riesce a svolgere quel ruolo di “cuscinetto” tra UE/NATO interventisti e gli interessi libici, ruolo che l’Italia, quale ponte geografico -nel senso militare- verso il Nord Africa avrebbe sicuramente svolto (e, ammettiamolo, col suo indubbio charme il Cav. avrebbe avuto ottime probabilità di farcela…così come la sua amicizia personale con Putin avrebbe potuto tornare utile nella crisi attuale UE-Russia). Forse ho letto troppi romanzi di Le Carrè e Forsythe, ma quando mi sovviene che chi scatenò lo scandalo del “bunga-bunga” era una ragazza marocchina…quindi francofona…quindi…MAH!
    “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” (cit.)

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