
Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito Popolare Repubblicano (CHP) turco.
La situazione si sta evolvendo rapidamente in Turchia con arresti continui di giornalisti, politici curdi….è evidente che i diritti umani di base non sono più rispettati e soprattutto la Turchia, di fronte alle rimostranze UE per la sua richiesta di entrare a farne parte (non seguendo internamente i principi e i valori europei), minaccia di non rispettare l’accordo del marzo scorso sui migranti.
Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini
Nello stesso giorno dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, il premier turco Yildirim rinnova la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen, che accusa di essere il mandante del tentato colpo di Stato del 15 luglio scorso. Richiesta più volte sollecitata al presidente uscente, Barak Obama, e tuttora pendente.
Inoltre, Washington non ha mai autorizzato la creazione di una buffer zone in territorio siriano lungo il confine siro-turco ma Ankara la sta già costruendo.
Barak Obama, però, non solo ha consentito l’invasione di militari, carri armati e aerei in Siria e Iraq, ma ha si è accordato con la Turchia sostenendone la partecipazione alla lotta per liberare Raqqa e la gestione della stessa una volta liberata dai jihadisti di Daesh.
Di fatto, a Raqqa, capitale siriana del sedicente Califfato, stanno combattendo le Forze Democratiche Siriane e in cinque giorni di offensiva hanno liberato una decina di villaggi e sono a 25 chilometri dalla capitale.
I curdi di Rojava, che guidano la federazione mista, sono in allerta per l’intrusione della Turchia, di cui denunciano il tentativo di infiltrare due grandi gruppi di miliziani anti-curdi dalla frontiera nord, dal villaggio di Doda e dalla città di Kobane. Tentativo bloccato dalle “Unità di Protezione Popolare” (YPG).
In Siria il paradosso accade nelle battaglie a Raqqa e Aleppo dove si lotta da una parte per sconfiggere Daesh e dall’altro per stabilire chi gestirà il futuro prossimo del Paese.
A otto giorni dell’operazione delle Forze democratiche Siriane ad avanzare sono solo i kurdi di Rojava ma la Turchia, presente sul territorio con supporto USA nonostante la denuncia siriana al Consiglio di Sicurezza ONU, combatte un altro fronte: barriera contro l’avanzata curda e supporto militare alle opposizioni che i curdi attaccano.
In merito, Comunità Internazionale e ONU restano silenti.
Cosa succede nel complesso caos delle guerre in corso in Iraq e Siria, nelle quali fra i numerosi Paesi esterni figura anche la Turchia?
La posizione turca è peculiare.
La guerra di Ankara non è contro Daesh, ma e soprattutto contro i curdi.
Sin dal 2015, la repressione contro i curdi non è solo in Iraq e Siria ma anche nel foro interno turco e sin dal tentato golpe mira alla demolizione del “Partito democratico dei Popoli” (HDP) il cui gruppo parlamentare che conta 58 deputati è stato quasi azzerato con l’accusa di terrorismo come per “il Partito dei Lavoratori del Kurdistan” (PKK), e i jihadisti di Daesh.
Alla repressione nei confronti dell’HDP, si aggiunge quella contro il “Partito Popolare Repubblicano” (CHP), il più antico della Turchia, kemalista e laico, il cui leader, Kemal Kilicdaroglu, è stato tratto in arresto accusato di “insulti al presidente”, reato gravissimo nel sistema politico del “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” (AKP), di matrice islamica, che, come negli altri casi “analoghi”, costituisce il prodromo dell’accusa di terrorismo.
Questa ulteriore azione repressiva cade a una settimana dalla presentazione della bozza di riforma costituzionale voluta dal presidente Erdogan e dal governo, che prevede il passaggio dal sistema parlamentare a quello presidenziale.
Con l’HDP e il CHP fuori dai giochi, i 316 parlamentari dell’AKP e una maggioranza di 330 parlamentari non sarà difficile che venga approvata per passare al referendum parlamentare.
In questi ultimi giorni, Bruxelles ha presentato il rapporto annuale della Commissione Juncker sugli Stati che chiedono di aderire all’UE.
Nella presentazione all’Europarlamento il Commissario per l’allargamento, Johannes Hahn, ha sottolineato le migliaia di arresti di militari, giornalisti, accademici, funzionari pubblici e parlamentari avvenuti in Turchia da luglio con una repressione che silenzia ogni tipo di opposizione.
La conclusione di Hahn è che si tratta di un processo di arretramento dei diritti fondamentali iniziato molto prima del tentato golpe.
E a questo si aggiunge la possibilità di reintrodurre la pena di morte.
Per la Commissione è quindi necessario che per l’ingresso nell’UE la Turchia cambi la legge al terrorismo e metta fine alla repressione.
Dal suo canto, Ankara minaccia di annullare l’accordo sui migranti del marzo scorso ed espellere i (quasi) 3 milioni di profughi siriani e non, attualmente nei campi profughi turchi, confidando nel rinnovato rapporto con la Russia e nell’appoggio del neo eletto presidente Trump il quale avrebbe già chiarito che non intende interferire sulla iniziative del presidente turco.
La repressione non si ferma.
L’11 novembre, l’editore di Cumhuriyet, Akin Atalay, presidente della Fondazione, è stato arrestato all’aeroporto di Istanbul al suo rientro dalla Germania.
Accusato di terrorismo, Atalay si aggiunge ai 142 giornalisti arrestati e la sua Fondazione fra i 200 giornali chiusi.
Oltre 30 mila sono i detenuti dal 15 luglio scorso, tutti accusati di terrorismo a sostegno al movimento islamico Hizmet di Gulan e del PKK.
Il giorno prima, erano stati incriminati nove dipendenti del giornale curdo Ozgur Gundem, chiuso già dallo scorso agosto ma ancora nel mirino dei giudici: il procuratore ha chiesto l’ergastolo per i nove giornalisti e i collaboratori accusati di appartenenza a organizzazione terroristica, propaganda terroristica e tentativo di spezzare l’unità nazionale.
I dati riportati dal portavoce dell’ HDP, Ayan Bilgen, rivelano che 441 membri sono stati arrestati dal 4 novembre, perché la repressione è portata da più apparati:
Questo è lo ‘stato dell’arte’ al momento….
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l’editore di Cumhuriyet, Akin Atalay.
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