Iran: i calcoli strategici americani ed israeliani dopo l’attacco del 28 febbraio 2026.

Dal 28 febbraio 2026, a seguito dell’attacco congiunto degli Stati Uniti d’America e d’Israele contro l’Iran, il mondo è in subbuglio. Dopo due settimane lo scenario inizia a delinearsi, così come le reali intenzioni. L’obiettivo annunciato dal Presidente Trump con l’operazione Epic Fury, era quello di inibire all’Iran il raggiungimento dell’arma nucleare e di spingere gli iraniani a prendere il controllo del loro Paese scardinando il regime degli Ayatollah. 

L’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei lo stesso 28 febbraio, insieme ad un significativo numero di leader politici e militari, è stato certamente di forte impatto, per tutti, ma non certo risolutivo. 

L’Iran ha subito risposto militarmente e continua a farlo, con missili e droni contro Israele, le basi americane in Medio Oriente fino a Cipro e le strutture economiche in Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Giordania, giusto per creare, riuscendoci, il caos a livello globale e l’aumento esponenziale del prezzo del petrolio.

Ed ora cosa aspettarci? Sicuramente da parte americana ed israeliana la continuazione del tentativo di destabilizzare il più possibile, se non piegare del tutto, la struttura del regime iraniano e creare le condizioni più favorevoli per arrivare al vero obiettivo, il rovesciamento degli Ayatollah. Ayatollah che nel giro di una settimana, al contrario di una consolidata tradizione, tramite il voto dell’Assemblea degli esperti composta da 88 membri, hanno nominato il successore della Guida Suprema, identificato nel figlio di Ali Khamenei, Mojtaba. 

Mojtaba Hosseini Khamenei è nato nel 1969 a Mashhad nel nord-est dell’Iran, è il secondo di sei figli di Ali, fratello di Mostafa Khamenei, figura religiosa preminente, parente di un altro esponente religioso Hadi Khamenei e sposato con Zahara Haddad, figlia dell’ex Presidente del Parlamento iraniano Gholam Ali Haddad-Adel.

È interessante rilevare che Mojtaba appartiene alla generazione cresciuta durante la guerra quasi decennale con l’Iraq e sembrerebbe che lo stesso abbia partecipato ai combattimenti nelle fila delle forze Basij, un gruppo paramilitare legata alla Guardia rivoluzionaria iraniana o direttamente con i pasdaran.

Mojtaba, considerato il favorito ancor prima del voto dell’Assemblea degli esperti, è una delle figure più enigmatiche della struttura di potere iraniana che, ben si sapeva, è in grado di autoriprodursi a prescindere da chi viene a mancare nella linea di comando. 

Figura schiva, sino ad oggi la nuova Guida Suprema è sempre stata lontano dai riflettori, non avendo mai rivestito ruoli pubblici rilevanti, mai fatto discorsi degni di nota o rilasciato interviste significative.

Certo che la sua elezione lascia qualche dubbio, considerato che l’ideologia della Repubblica islamica si basa sul principio secondo cui la Guida Suprema è scelta in base alla posizione religiosa e non dinastica. 

È evidente che la componente più oltranzista all’interno dell’Assemblea degli esperti abbia prevalso su quella moderata, convinta che Mojtaba continuerà sul solco tracciato dal padre, portando avanti le politiche più intransigenti e di chiusura verso l’occidente. 

Dovrà però dimostrare di essere un leader, garantire la continuità del regime e, soprattutto, convincere la popolazione, in particolare quella più giovane, stanca di un regime repressivo ed antidemocratico, meno sensibile ai dettami religiosi ed essere capace di guidare il Paese fuori da una crisi economica che sempre più attanaglia la popolazione, così come dal pantano politico-securitario, causato dagli attacchi congiunti americani ed israeliani.

Attacchi che non sono una novità, replica di quanto accaduto nel mese di giugno 2025 allorquando, nel corso dei negoziati sul nucleare tra l’Iran e gli Stati Uniti, Israele lanciò un raid missilistico che innescò uno scontro militare che si protrasse per dodici giorni e terminò con un intervento aereo americano sui siti nucleari di Natanz, Fordow ed Isfahan.

Si sperava che da allora ad oggi l’Iran tornasse al tavolo dei negoziati con buoni e chiari propositi, senza tentennamenti, per evitare ogni possibile appiglio ed alibi a cui Israele potesse appellarsi. Le condizioni da accettare comprendevano la completa rinuncia iraniana al suo diritto di arricchimento dell’uranio e lo smantellamento de facto del suo programma nucleare, nonché la riduzione della gittata dei suoi missili per renderli inidonei a raggiungere il territorio israeliano.

Nel frattempo, sul finire del mese di dicembre 2025, in Iran scoppiarono le proteste popolari ma a parte dei proclami da parte di Trump, gli Stati Uniti non intervennero. 

Lo scorso mese di febbraio si sono svolti tre round di negoziati, il primo a Mascate in Oman che si concluse con un nulla di fatto ma quantomeno aprì la strada ad ulteriori colloqui a Ginevra. Nella città svizzera emersero ben presto delle profonde divergenze, con gli Stati Uniti che insistevano per l’interruzione totale, o quasi, dell’arricchimento dell’uranio e la rimozione dell’intero arsenale, mentre la controparte puntava alla riduzione dei livelli di arricchimento ed un’implementazione della cooperazione con l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, nonché una graduale revoca delle sanzioni.

Da quel momento in poi si diffuse un crescente ottimismo sulla buona conclusione dei colloqui, anche a seguito della dichiarazione del mediatore omanita Badr Albusaidi che in un’intervista aveva affermato che l’Iran aveva accettato di trasferire all’estero l’intera scorta di uranio arricchito e di sottoporre i suoi impianti nucleari alle ispezioni dell’AIEA.

Poi l’improvvisa doccia fredda del 28 febbraio e la presa d’atto della prevalenza dell’ala interventista, sia israeliana, sia americana, pronta a sfruttare l’informazione intelligence di un incontro della Guida Suprema Ali Khamenei con i vertici militari e politici presso la sua residenza bunker.

Ecco perché sta diventando sempre più chiaro che il vero obiettivo non era la ricerca di un accordo tra le parti, bensì creare le basi favorevoli per il rovesciamento del regime.

Il problema è che le attese trasformazioni all’interno del regime iraniano, indebolito ma non abbattuto, non più granitico ma ancora solido, non si sono ancora delineate e non si sa se saranno raggiunte in breve tempo e a quale prezzo.

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