Kirkuk, la Gerusalemme curda: case study per comprendere il futuro dell’Iraq.

Kirkuk, la Gerusalemme curda: case study per comprendere il futuro dell’Iraq.

Le direttrici del petrolio. Kirkuk Ceyhan

Le direttrici del petrolio. Kirkuk Ceyhan

Un attento studio della situazione in Iraq, con la spiegazione di quello che Kirkuk ha sempre rappresentato in quel settore strategico. Se ne parla spesso solo per il petrolio, ma rappresenta molto di più….un vero mosaico di civiltà e l’A. evidenzia bene l’importanza di questa città da…secoli.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

In un precedente articolo sull’Iraq (v. Osservatorio Analitico 5 novembre 2015) avevamo segnalato, tra i possibili nuovi scenari individuati per superare la fase critica in cui versa il Paese, diviso tra odio religioso e contrapposizione etnica, tre opzioni possibili.

La prima soluzione, tenuto conto della volontà della maggioranza sciita di mantenere il potere, dei curdi di lottare per l’autonomia e stante l’odio confessionale tra gli sciiti e i sunniti, potrebbe essere quella di ritornare alle origini della Mesopotamia lasciando ai curdi, agli arabi sunniti e agli sciiti la possibilità di vivere separati.

Un’altra opzione è un nuovo intervento, meno fallimentare del precedente, da parte dell’occidente e delle potenze regionali, per cercare d’imporre uno status quo.

Una terza via, da preferire perché meno traumatica, è quella di cercare una formula di convivenza pacifica all’interno degli attuali confini dell’Iraq, attraverso lo sviluppo di una valida strategia politica, economica e sociale in grado di portare dei benefici a tutta la popolazione.

E’ possibile realizzarla? Sì, anche se unire i diversi interessi e le molteplici identità di un popolo è molto difficile.

Difficile, ma non impossibile, poiché aree di consolidata convivenza pacifica sono già presenti all’interno di un territorio da anni in subbuglio a causa del terrorismo estremista sunnita, delle insurrezioni degli arabi sciiti radicali, della violenza tra i vari gruppi settari ed etnici e delle attività criminose.

Analizzare questi microcosmi e trovare una soluzione alle problematiche, potrebbe avere delle ripercussioni positive non solo per l’area interessata, ma per l’intero paese nel suo complesso.

Un microcosmo che racchiude in sé tutte le problematiche, le diversità e la complessità dell’Iraq di oggi, è la città petrolifera di Kirkuk.

Da secoli Kirkuk è un mosaico di civiltà, un pot-pourri di etnie, di religioni, di culture e tradizioni, di lingue, tanto da essere riconosciuta, anche -e soprattutto- fuori dai confini iracheni, quale centro urbano cosmopolita in cui hanno convissuto tra loro curdi, arabi sunniti e sciiti, turkmeni, assiro-caldei, ebrei e cristiani ortodossi in un variegato intreccio e sovrapposizioni di tradizioni, di riti, di luoghi di culto e di festività.

I primi segnali di rottura della convivenza pacifica nella multietnica Kirkuk occorrono a seguito della creazione dello Stato artificiale dell’Iraq, un paese disegnato dai britannici sulla carta geografica post coloniale (accordi Sykes-Picot del 1916).

Le prime grosse crepe, però, arrivano nel 1927 con la scoperta dell’oro nero e Kirhuk diventa ben presto il cuore pulsante dell’industria petrolifera irachena, ma anche terra di una lenta e progressiva “arabizzazione” del territorio, a tutto svantaggio della popolazione curda e delle minoranze turcomanne e cristiane.

Città e governatorato che nel corso del Novecento si sono gradualmente trasformati -anche geograficamente a seguito della riduzione da 20.000 kmq degli anni Trenta agli attuali 10.000 kmq- e polarizzati non solo da un punto di vista religioso, ma anche etnico.

Kirkuk, capitale dell’omonimo governatorato nel nord dell’Iraq, distante duecento chilometri dalla capitale Baghdad e un centinaio da Erbil, storicamente è sempre stata a maggioranza curda, almeno sino all’avvento di Saddam Hussein.

In un quarto di secolo di potere dispotico e dittatoriale (1979-2003), i curdi sono stati a lungo perseguitati e il loro numero è notevolmente diminuito.

Non si può sottacere sulla lotta dei curdi per rivendicare il loro diritto d’esistere, peraltro sancito il 10 agosto 1920 con la firma del trattato di Sevres che, oltre a regolare lo smembramento dell’Impero Ottomano, stabiliva la nascita del Kurdistan.

Un trattato ripetutamente violato non solo dall’Iraq, ma anche dalla Turchia, dall’Iran e dalla Siria.

Violenze, persecuzioni, arresti, soprusi, insurrezioni armate ed esodi con l’apice nel corso della decennale guerra Iran-Iraq giacché secondo Khomeini “… uccidere un curdo non è peccato” e da par suo, per Saddam Hussein l’uso d’armi chimiche era lecito.

Nei primi censimenti, risalenti alla fine degli anni C

inquanta, su una popolazione complessiva di un milione e mezzo di abitanti in tutto il governatorato di Kirkuk, i curdi costituivano la metà della popolazione.

Vent’anni dopo si erano ridotti di oltre la metà e, secondo le statistiche che si riferiscono alle elezioni del 2005, il valore si era ulteriormente e sensibilmente assottigliato, per poi risalire in quest’ultimo decennio a seguito della caduta di Saddam.

Con la fine del dittatore, Kirkuk viene posta sotto il controllo provvisorio della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e composta da 35 paesi che, al suo apice, contava su una forza di 300.000 soldati.

Stati Uniti che hanno invaso l’Iraq con l’intenzione (poi fallita) di renderlo un modello di democrazia e di laicità per tutto il Medio Oriente e, soprattutto, impedire la trasposizione di quello iraniano.

Dopo la trionfale dichiarazione della fine della guerra da parte del Presidente George W. Bush il 1° maggio 2003 e il termine dell’operazione “Iraqi Freedom” iniziata due mesi prima, in Iraq si diffonde rapidamente la guerriglia tra le opposte fazioni, tuttora presente come testimoniano le tristi immagini di morte che, a cadenza quasi giornaliera, inondano i notiziari televisivi.

Tra le prime mosse dei governanti c’è una nuova costituzione ad interim, anche allo scopo di creare solide basi giuridiche per l’indizione di un referendum popolare per il passaggio di Kirkuk al Kurdistan iracheno. Referendum che, a seguito di continui rinvii e crescenti tensioni tra i curdi e il governo centrale di Baghdad, ancora non s’è svolto, lasciando aperta la questione amministrativa di una città soprannominata “la Gerusalemme curda”.

Paradossalmente, la comparsa dello Stato Islamico e la minaccia della costituzione di un Califfato in Iraq, ha ridotto le tensioni tra le opposte fazioni sempre più concentrate sul nuovo nemico comune.

Un Califfato pericoloso e violento che, nel nome di una visione estremista e transigente di un Islam di stampo sunnita, sta mettendo a ferro e fuoco alcune regioni dell’Iraq e che, nel silenzio di un’opinione pubblica internazionale distratta, sta compiendo un vero e proprio genocidio nei confronti della minoranza yazida e minacciando la sopravvivenza della comunità cristiana, turcomanna e degli shabak.

Oggi la tensione e la diffidenza regnano sovrani in una città in cui tutti sospettano di tutti e tutti sono armati. Una miccia che, se non viene disinnescata, è pronta ad esplodere con un effetto domino in tutto l’Iraq.

Se Kirkuk riuscirà a superare l’attuale difficile situazione e ritrovare un equilibrio e l’antica pacifica convivenza, allora ci sarà speranza a medio termine per una stabilizzazione dell’intero Iraq e per la creazione di un vero governo centrale in grado di gestire il paese nella sua interezza. Nonostante gli sforzi, niente di simile è stato ancora creato.

Ciò che ha inghiottito l’Iraq, come affermato dallo storico militare John Keegan nel suo recente libro dal titolo The Iraq War, è “….un’aspra lotta per il dominio tra fazioni etniche e religiose, in altre parole il preludio di una guerra civile, ma non la guerra civile in sé…”.

Ecco il case study da “esportare” su tutto il territorio iracheno: variegati gruppi etnici strutturalmente organizzati, consapevoli della loro diversità religiosa, linguistica, culturale e storica che, edotti da elite illuminate sull’imprescindibile necessità di mantenere buone relazioni con gli altri e scevri da velleità di primeggiare, si sforzino di vivere in armonia e in pace.

Tutto ciò per evitare che una violenza pervasiva si trasformi in una prassi consolidata o, peggio ancora, accettata dalla popolazione perché ritenuta ineluttabile.

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La cittadella di Kirkuk (Fonte Wikipedia)

La cittadella di Kirkuk (Fonte: Wikipedia)

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