Ukbekistan e Kirghizistan: due ex repubbliche socialiste sovietiche ancora poco note e trattate nelle analisi geopolitiche italiane. L’articolo introduce scientificamente nei problemi che vengono affrontati nella valle del Ferghana. Molto interessante per un primo approccio alla questione.
Il Direttore Scientifico: Maria Gabriella Pasqualini
L’orientalista Fosco Maraini ricordava spesso che: “L’Asia Centrale è un oceano di terra le cui onde, nei secoli, sono stati i popoli”. Una di queste ha spinto in tempi antichi i kirghisi sul territorio che attualmente occupano e che costituisce oggi la Repubblica indipendente del Kirghizistan. Provenienti dall’Altai e dall’alto corso del fiume Enisej, le prime notizie della loro esistenza si hanno dal XVI secolo ma la loro origine è di molto anteriore e risale almeno all’VIII e IX secolo se si fa fede ai racconti epici del loro eroe nazionale Manas. Un grande guerriero che guidò la conquista di Beigin (Pechino) combattendo contro i Khitari (Cinesi) ed i loro alleati Colmucchi. I kirghisi fanno parte dei 36 popoli di ceppo turco, ovvero turco-tataro o turco-mongolo, lo stesso Gengis Khan secondo la tradizione era fortemente imparentato con loro. Il Paese si presenta dal punto di vista naturalistico come una sorta di Shangri-La dell’Asia Centrale, ovvero un angolo di paradiso tra il cielo e la terra, di cui le cime vertiginose e le frastagliate catene rappresentano sia delle barriere che delle linee di confine.
Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica , il Kirghizistan come le altre repubbliche centro asiatiche si è data una forma istituzionale repubblicana. Il paese è stato guidato nella transizione dal regime comunista a quello repubblicano da una personalità proveniente dalle file della disciolta nomenclatura comunista, il fisico Askar Akayev.
Le credenziali accademiche di Akayev e la sua vicinanza all’occidente, ha permesso un rapido passaggio del paese da un’economia statalizzata tipica del regime sovietico all’economia di libero mercato. Questo grazie ad una serie di riforme economiche coadiuvate da forti aiuti internazionali anche per la penuria di infrastrutture industriali ereditate dall’Unione Sovietica.
Il contributo di Akayev alla democratizzazione del Paese è stato importante ed ha ottenuto il plauso della comunità internazionale che ha iniziato a considerare il Kirghizistan come “un’isola di democrazia” in Asia Centrale. Bishkek si è inoltre aperta alla presenza militare straniera essendo l’unico paese al mondo ad ospitare basi aeree sia americane che russe. La base aerea americana di Manas, infatti, costituisce il tassello logistico fondamentale per le forniture militari in Afghanistan, ciò che ha reso la stessa istallazione materia di contrattazione economica tra il governo di Washington e quello Kirghiso.
Il contributo di Akayev nel portare il Kirghizistan fuori dalla crisi post sovietica ha con il passare del tempo ha prodotto un consolidamento del potere personale del presidente, che ha assunto un tono più autoritario e paternalistico. I membri della famiglia presidenziale sono stati coinvolti attivamente nella politica del Paese andando ad occupare i ruoli chiave nella guida della nazione. Nel marzo del 2005 ormai assoluto padrone del Kirghizistan, il presidente è stato accusato dal parlamento di aspirare alla dittatura. Le élite regionali che a causa della politica di Akayev avevano perso il loro potere non hanno perso tempo, mobilitando rapidamente la popolazione che con forti manifestazioni è riuscita ad estromettere Akayev , la famosa “Rivoluzione dei Tulipani “.
Ad Akayev è succeduto Kurmanbek Bakiyev uno degli uomini più ricchi del Paese che riformando la costituzione riuscendo ad attribuirsi forti poteri. La presidenza di Bakayev ha segnato un forte battuta d’arresto nel processo per la democratizzazione del paese, il suo governo è stato segnato da numerosi scandali legati all’appropriazione indebita e alla repressione dei diritti civili, instaurando un forte regime di polizia. Dal punto di vista economico il Paese è stato penalizzato dalle operazioni del figlio di Bakiyev, Maksim, il quale ha rilevato l’impero economico del figlio del precedente presidente monopolizzando tutta l’attività economica del Paese. Il governo di Bakiyev è infine cessato in seguito alla sanguinosa rivolta del 2010, che ha prodotto 87 vittime. A differenza del suo predecessore, Bakiyev non ha esitato a usare le armi e non si è dimesso immediatamente.
Alla fine del regime di Bakayev è seguita una prolungata crisi politica, che ha visto il tentativo dei familiari dell’ex presidente coinvolti nella lotta per la riconquista del potere la quale è culminata in un sanguinoso conflitto interetnico. Gli scontri scoppiati il 10 giugno del 2010 nella città di Osh, a seguito di una controversia tra un giovane uzbeko ed un kirghiso sono stati solo il pretesto per redimere antiche rivalità con la violenza che hanno portato a feroci scontri tra la popolazione Uzbeka e Kirghisa. Gli scontri nella città sono durati circa quattro giorni. Anche le forze dell’ordine sono state coinvolte negli scontri, schierandosi dalla parte Kirghisa e compiendo gravi violazioni dei diritti civili verso la popolazione Uzbeka, con arresti in massa e condanne sommarie con l’accusa di terrorismo. La città di Osh già nel 1990 era stata teatro di scontri tra le etnie dei due Paesi, con un alto tributo di vite umane. In relazione a questi gravi avvenimenti è stata creata una commissione d’inchiesta in Kirghizistan, coadiuvata da organismi internazionali guidata dall’ex deputato finlandese e Rappresentante OSCE per l’Asia Centrale Kimmo Kiljunen, la quale ha concluso che le violazioni commesse nel giugno 2010 sono da considerarsi alla stregua di crimini contro l’umanità. Il governo centrale, tuttavia, non è riuscito a fermare la diffusione della violenza etnica e solo parzialmente è stato in grado di limitarne le conseguenze. Il conflitto ha lasciato sul terreno 470 morti e 1.900 feriti ed ha causato la distruzione di circa 2.800 immobili producendo più di 400.000 sfollati. Nella città di Osh , interi quartieri uzbeki sono stati incendiati e demoliti.
Una vera e propria guerra che ha le sue origini nel contenzioso della valle di Ferghana. la regione più fertile e densamente popolata dell’Asia Centrale, un vero e proprio mosaico di etnie, che nemmeno l’ingegneria staliniana è riuscita a dirimere. Fino al XVII secolo la zona era unita sotto il khanato di Kokand, dopo la conquista russa divenne una provincia dell’impero insieme a parte del Pamir. Durante l’epoca sovietica, la logica del divide et impera, hanno portato alla frammentazione dell’area che è stata divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan. La Valle di Ferghana rappresenta forse il più grande fallimento della politica staliniana. La volontà di impedire ad una delle tre realtà territoriali il controllo dei due grandi fiumi della regione (il Syr Darya e l’Amu Darya) ha portato alla creazione di confini totalmente irrazionali che non tengono conto delle divisioni etniche dell’area. Un elemento di assoluto interesse è costituito dal fattore religioso. L’islam centroasiatico, è sempre stato caratterizzato da forme di moderazione, ad eccezione della Valle di Ferghana, che nei primi anni novanta fu oggetto di un’evangelizzazione da parte degli integralisti islamici, con un’opera di propaganda e finanziamento d’infrastrutture assistenzialistiche.
Lo scorso gennaio, al valico di frontiera kirghizo di Charbak, circa 1000 uzbeki hanno tentato di abbattere alcuni pali della luce secondo loro eretti in territorio uzbeko. Dopo una schermaglia in cui un ufficiale kirghizo è rimasto ferito gli assalitori hanno abbattuto decine di pali nella zona e irrompendo in un vicino villaggio kirghizo hanno preso circa 40 ostaggi. Da parte kirghiza la reazione è stata immediata e alcuni abitanti dell’enclave uzbeka (ma etnicamente tagika) di Sokh sono stati fatti a loro volta ostaggi; la vicenda si è conclusa successivamente con uno scambio di prigionieri.
Gli abitanti kirghizi della zona durante gli scontri hanno bloccato la strada che collega Sokh all’Uzbekistan, le autorità uzbeke hanno a loro volta chiuso i valichi di confine con il Kirghizistan e bloccato i rifornimenti di gas verso il sud del paese confinante. Il risultato è stato l’isolamento di alcuni villaggi kirghizi che si sono trovati alle prese con la penuria di scorte di materie prime e cibo, costringendo il loro governo ad inviare rifornimenti tramite elicotteri. Anche alcuni villaggi da parte uzbeka sono rimasti isolati a seguito dell’interruzione delle vie di comunicazione. La situazione economica e politica della Valle di Ferghana sta peggiorando di anno in anno, alimentata da un islam radicale e dalla lotta tra le diverse comunità per accedere alla terra coltivabile ed all’acqua. Il pericolo che questa polveriera possa esplodere sembra essere concreto e potrebbe coincidere con il ritiro della Nato dall’Afghanistan nel 2014, del resto come molti analisti sostengono, la regione è il crocevia del narcotraffico degli oppiacei afghani e di un diffuso commercio illegale di armi.
Il continuo attrito tra Uzbekistan e Kirghizistan è ormai una realtà. L’Uzbekistan è economicamente e militarmente più forte del vicino kirghiso ma l’appartenenza del Kirghizistan alla CSTO (Collective Security Treaty Organization), organizzazione dalla cui Tashkent si è ritirata, ridistribuisce i rapporti di forza nella regione a favore di Bishkek che può contare sull’influenza del Cremlino. Il Kirghizistan non sembra per ora voler aprire un dialogo con il vicino, questo testimoniato anche dalla volontà del Paese di realizzare infrastrutture destinate ad avvantaggiare solo i villaggi Kirghisi. La situazione sembra quindi delinearsi come un nodo gordiano che solo un deciso intervento internazionale potrebbe sciogliere. La tensione della frontiera con l’Uzbekistan rimane molto tesa, vi sono stati in seguito alle forti tensioni, casi di cittadini Kirghisi uccisi da guardie uzbeke, che sostengono di avere sparato a dei contrabbandieri.
Questo è solo uno dei molti problemi che deve affrontare il presidente Almazbek Atambayev.
La posizione ostile del Presidente e del suo entourage riguardo al rinnovo dell’accordo con gli States sulla base di Manas sembra porre il Kirghizistan nell’orbita Russa. Il governo di Bishkek ha inoltre da poco ufficializzato la vendita al gigante energetico russo Gazprom della compagnia nazionale locale del gas, la Kyrgyzgas per il prezzo simbolico di un dollaro. La società kirghisa letteralmente sommersa dai debiti con Mosca (38 milioni di dollari) è stata assorbita per evitarne il totale fallimento che avrebbe provocato una destabilizzazione del governo Kirghiso e forti tensioni sociali. In tal modo, Atambayev ha evitato controversie con i creditori, garantendo allo stesso tempo una costante fornitura di gas. Gazprom si è impegna in virtù della cessione ad investire circa 640 milioni di dollari per rinnovare le infrastrutture gasifere del paese, permettendo a Bishkek di smarcarsi dalle forniture che finora hanno alimentato la sua rete, provenienti da Kazakistan e Uzbekistan. Garantendo a sua volta al colosso russo un’esclusiva sullo sviluppo di infrastrutture per lo sfruttamento dei giacimenti di gas di Kurgat e di Mailuu-Suu-4 situati nel sud del paese. Un altro elemento che fa propendere la repubblica centroasiatica verso il Cremlino è la presenza storica di molti lavoratori Kirghisi in Russia, che non può non influire sulla decisione di Atambayev nel promuovere una più stretta integrazione con la Russia nel quadro dell’unione doganale, che attualmente coinvolge Russia, Kazakistan e Bielorussia, accettando l’offerta di entrare nell’Unione eurasiatica a partire dal 2015. La maggior parte della popolazione vede di buon occhio il grande vicino Russo, questa visione non può non essere assuefatta dalla speranza che legami più stretti portino sviluppo economico e una maggiore stabilità. Inoltre considerata la posizione geografica del Paese e i legami economici del Kirghizistan con la Russia, nessun leader politico può scegliere di non coinvolgere Mosca.
La situazione politica interna resta il problema più grande per il Kirghizistan, in virtù dei continui problemi legati alla presenza multietnica nel sud del Paese. La povertà e le limitate opportunità economiche sono come una spada di Damocle pronta a cadere su qualsiasi governo. Le ultime elezioni hanno sicuramente segnato un grande passo in avanti verso la democrazia parlamentare nel Paese, ma il percorso è irto di ostacoli legati alla frammentazione del potere tra le molteplici élite regionali, che non consentono ai provvedimenti del governo centrale una rapida attuazione. Questo in virtù di un walfare state mediocre e del basso livello di istruzione fra le popolazioni rurali, che sono vittima della strumentazione politica delle varie enclave di potere.
Il Kirghizistan si presenta ad oggi come un Paese che mantiene al suo interno forti tensioni, legate agli errori della politica sovietica di cui sconta il prezzo la generazione odierna. La nazione sembra continuare a camminare come un equilibrista su un filo di cristallo che se spezzato può assumere derive molto pericolose. La situazione della valle di Ferghana ne è un fulgido esempio, un angolo di paradiso e storia paragonabile per bellezza al nargiz (il fiore del narciso in lingua kazaka) il cui sconvolgimento degli equilibri etnici e storici derivanti dagli estremismi, potrebbe assumere contorni di assoluta pericolosità in grado di trascinare l’intera Asia Centrale in un conflitto multietnico, che getterebbe nel caos una delle aree più strategiche del pianeta.
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