In questo frangente geopolitico ed economico particolarmente turbolento, soprattutto in Medio Oriente, risalta la posizione della Cina: un’attenta ma silenziosa osservatrice degli accadimenti, tanto che le sue relazioni con gli alleati degli Stati Uniti d’America nell’area si stanno dimostrando molto più stabili e redditizie rispetto ai suoi storici legami con l’Iran.
L’avvicinamento di Pechino ai paesi mediorientali più allineati con Washington si è rivelato significativamente più profondo e affidabile rispetto a un rapporto con un Iran ormai appesantito dalle sanzioni.
Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’offensiva contro l’Iran, si è cercato di interpretare l’approccio diplomatico cinese attraverso due prospettive: la prima, considerando il suo classico atteggiamento di non intervento; la seconda, ipotizzando un sostegno sotterraneo al regime degli ayatollah.
In realtà, emerge con chiarezza il limite che la Cina impone al proprio coinvolgimento. In particolare, si nota una forte riluttanza a impegnarsi in un confronto diretto, la classica ritrosia ad assumere una posizione di leadership nella risoluzione dei conflitti e una spiccata predisposizione per la retorica diplomatica, piuttosto che per precisi impegni politici e militari.
A questo punto, è abbastanza irrealistico pensare che l’Iran possa aspettarsi che la Cina si esponga a suo favore, mettendo a rischio le attuali relazioni sia con gli Stati Uniti sia con Israele.
È la prova certificata di un consolidato pragmatismo, ben noto d’altronde ai vari nemici dichiarati di Teheran. Lo si deduce anche dalla relativa velocità con cui USA e Israele hanno deciso di attaccare l’Iran: molto probabilmente, Pechino non è stata percepita come un deterrente efficace nei calcoli strategici degli alleati.
La Cina sembra che possa concedere facilmente il proprio supporto diplomatico, ma è fortemente restia a sostenere costi strategici significativi pur di evitare un confronto diretto con gli USA; di questo, l’Amministrazione americana ha preso coscienza da tempo.
Basti vedere la posizione cinese alle Nazioni Unite, dove l’astensione alla Risoluzione 2817 ha permesso, de facto, l’approvazione di una formale condanna internazionale nei riguardi dell’Iran.
Questa astensione non può essere considerata a favore dell’Iran, né contro i Paesi del Golfo; tuttavia, non aver preso posizione si è rivelato, alla fine, più utile agli alleati degli Stati Uniti.
Riprendendo le premesse di questa analisi, la posizione cinese giustifica e salvaguarda le proprie relazioni più stabili e redditizie nell’area.
Si ricorda che nel 2025 la Cina è stata il maggior investitore diretto in Arabia Saudita, registrando un incremento di quasi il 30% rispetto al 2023. In territorio saudita sono presenti più di 1.000 aziende cinesi, mentre in Cina operano circa 400 aziende saudite.
Anche negli Emirati Arabi Uniti la presenza cinese è sensibilmente aumentata, tanto da renderla il terzo investitore straniero, grazie al radicamento non solo dei colossi statali, ma anche di moltissime PMI e imprenditori che utilizzano il Paese come hub regionale.
Ciò che balza all’occhio, però, è il coinvolgimento economico della Cina con Israele che, dall’inizio della guerra contro Gaza, non è mai cessa
to. A tal punto che, nel 2025, sono stati avviati importanti progetti e investimenti soprattutto nel settore energetico, in particolare nelle centrali elettriche e idroelettriche.
Per contro, l’attività economica cinese con Teheran segna il passo, frutto di una ragionata calibrazione strategica. È evidente che la Cina ha preferito deviare i propri capitali verso gli alleati degli USA, dando priorità alla sicurezza economica rispetto a quella politica.
Visto da una diversa angolazione, potremmo dire che la Cina, piuttosto che cercare di governare il conflitto, preferisce adattarsi agli scenari e gestirne le conseguenze.
A sostegno di questa tesi si possono citare esempi recenti, come la rapida normalizzazione dei rapporti con la nuova leadership siriana dopo la cacciata di Bashar el-Assad, precedentemente considerato uno stretto amico di Pechino.
Lo stesso è accaduto con l’arresto da parte americana del Presidente venezuelano Nicolás Maduro: dopo una prima, ferma condanna diplomatica da parte cinese, tutto si è acquietato, e la Cina continua a commerciare petrolio attraverso i canali consentiti dagli USA.
La Cina, in ogni caso, è preparata ad agire considerando i diversi scenari che potrebbero ancora verificarsi nel contesto della guerra USA-Iran e i problemi legati al passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Le sanzioni imposte da anni a Teheran hanno determinato, come effetto collaterale, il soffocamento dei progetti industriali ed energetici cinesi in terra persiana.
Pertanto, persino gli scombussolamenti interni al regime iraniano — o l’eventualità di un governo più allineato all’Occidente — non scalfiscono la vision cinese.
Al contrario, potrebbero rivelarsi forieri di un nuovo sviluppo per gli interessi economici di Pechino nel lungo periodo, permettendole di perseguire al meglio i propri obiettivi infrastrutturali ed energetici.
Ecco perché il coinvolgimento di Pechino in questi ultimi mesi con gli Stati filo-americani del Medio Oriente si è dimostrato più profondo rispetto a quello con l’Iran: una scelta pragmatica che non va assolutamente derubricata a segno di debolezza.
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