La ridefinizione della strategia USA in Medio Oriente e il ruolo sempre più ampio d’Israele.

In questi ultimi anni, a partire dal 7 ottobre 2023 – con l’attacco sferrato da Hamas che ha causato 1200 morti, in maggioranza civili, e il sequestro di circa 240 ostaggi, cui ha fatto seguito il contrattacco israeliano con un impatto devastante su Gaza, sia per il numero di vittime innocenti, sia per una perdurante crisi umanitaria – appare chiara una mutazione della posizione d’Israele nei riguardi degli Stati Uniti d’America.

Israele è stato quasi sempre visto dagli Stati Uniti come un avamposto strategico e uno strumento regionale, mantenendo però la capacità di contenerlo quando le azioni poste in essere sconfinavano o minacciavano gli interessi diretti della potenza americana. Oggi Israele non è più un semplice strumento della politica statunitense ma appare, con l’Amministrazione Trump, sempre più centrale e interconnesso.

Infatti, già nel corso del suo primo mandato, il Presidente americano ha iniziato ad assecondare maggiormente le preferenze israeliane in Medio Oriente, abbandonando il principio di vecchia memoria della “Terra in cambio della pace” (Land for Peace), pietra angolare diplomatica su cui si è basata la politica estera americana per risolvere il conflitto israelo-palestinese dal 1967. Lo stesso principio ha costituito anche la base, seppur teorica, degli Accordi di Oslo del 1993 per la nascita di un futuro Stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, sebbene sia poi rimasto incompiuto.

Il venir meno della distanza strategica con il secondo mandato di Trump appare ancora più evidente. Sulla Palestina, il Presidente americano ha dapprima fatto pressione sugli Stati arabi, in particolare l’Egitto e la Giordania, per accogliere i palestinesi da Gaza. Avendo ottenuto un rifiuto, ha assecondato l’aspirazione d’Israele di separare Gaza dalla Cisgiordania, creare un’amministrazione indipendente e inserirla sotto il cosiddetto Consiglio di Pace. Inoltre, Trump non si è opposto all’occupazione israeliana di nuovi territori.

Questo cambiamento della politica statunitense si sta sempre più “istituzionalizzando”, supportato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale varata nel 2023, in cui viene ribadito che gli Stati Uniti hanno dato per troppo tempo la priorità al Medio Oriente. Ciò non significa che la regione mediorientale abbia perso la sua importanza, bensì che la nuova strategia ridefinisce gli interessi statunitensi, i quali poggiano sulla concessione di un ruolo più ampio a Israele e uno più rilevante ai Paesi del Golfo, ma anche sulla necessità di mantenere aperti i corridoi marittimi ed evitare l’esportazione del terrorismo dalla regione.

Il fatto che non sussista più una distinzione netta d’atteggiamento tra gli Stati Uniti e Israele nell’area appare in tutta la sua chiarezza a seguito dello scoppio della guerra contro l’Iran, che perdura, tra alti e bassi, dallo scorso mese di febbraio 2026. Una guerra che sembra essere stata strategicamente costruita dagli israeliani, mentre gli americani (e non solo) vi sono stati coinvolti successivamente, nonostante le molte contraddizioni e le complicazioni alla salvaguardia dei propri interessi, anche economici.

Una guerra iniziata con il classico modus operandi israeliano, peraltro già utilizzato in precedenza a Gaza, in Libano e nello Yemen, con la tattica di colpire fisicamente i più importanti leader politici e militari. Basti ricordare:

a Gaza: l’uccisione del leader supremo di Hamas Yahya Sinwar nell’ottobre 2024, la mente degli attacchi del 7 ottobre 2023; di Mohammed Deif nel luglio 2024, storico capo delle Brigate Izzedine al-Qassam (l’ala militare di Hamas); di Muhammad Sinwar nel maggio 2025, fratello minore di Yahya Sinwar e suo successore alla guida dell’ala militare; e di Marwan Issa nel marzo 2024, vice di Mohammed Deif e figura chiave nel coordinamento tra l’ala politica e quella militare.

in Libano: la morte di Hassan Nasrallah nel settembre 2024, Segretario generale di Hezbollah per oltre tre decenni e figura carismatica dell’asse sciita, e di Hashem Safieddine nell’ottobre 2024, cugino di Nasrallah, capo del Consiglio esecutivo di Hezbollah e suo successore designato.

in Iran: l’uccisione di Ali Khamenei lo scorso 28 febbraio 2026, Guida Suprema dell’Iran; di Ali Shamkhani, Segretario del Consiglio di Difesa ed ex negoziatore sul nucleare; di Abdulrahim Mousavi, Capo di Stato Maggiore delle forze armate; di Mohammad Pakpour, Comandante in capo del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica; e di Aziz Nasirzadeh, Ministro della Difesa.

Una guerra che all’inizio appariva come un’operazione militare limitata e circoscritta, e che man mano si è trasformata in una vera e propria guerra regionale, con ramificazioni nel Golfo, in Iraq, in Libano, in Cisgiordania e nello Yemen, interessando finanche la Turchia, Cipro e l’Azerbaijan.

Questa volta, a differenza di quanto fatto dalle amministrazioni precedenti, in particolare quelle di George W. Bush e di Obama, l’attuale amministrazione ha in qualche modo subordinato i propri interessi a vantaggio degli obiettivi bellici d’Israele.

Ad oggi i costi della guerra, diretti e indiretti, non solo per gli Stati Uniti ma anche per i Paesi del Golfo, sono significativi, incidendo non solo sulle spese militari, ma anche sui danni alle infrastrutture, alle strutture energetiche, alla navigazione, al trasporto marittimo e al turismo. Senza contare i costi economici globali, peraltro difficili da quantificare, legati al sensibile aumento delle tariffe del trasporto marittimo e aereo e di quelle relative ai premi assicurativi.

Tutto ciò è probabilmente il prezzo che l’Amministrazione Trump deve in qualche modo pagare – e sembra disposta a farlo – per cercare di integrare sempre più Israele nella regione, contenere l’Iran ed espandere la normalizzazione dei rapporti con gli Stati arabi al fine di riorganizzare la sicurezza del Golfo.

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