INIZIATIVE SAUDITE CONTRO L’IRAN. ANALISI.1.

INIZIATIVE SAUDITE CONTRO L’IRAN. ANALISI.1.

Il Re Salman dell'Arabia Saudita

Il Re Salman dell’Arabia Saudita

Lo scontro annunciato, epocale; ancora una volta shiiti contro sunniti con elementi esterni di grande influenza: USA e Europa. La geopolitica del Medio Oriente forse non è mai stata così interessante! Anche se pericolosa…una sintesi cronologica e analitica assai chiara degli avvenimenti che si sono succeduti dal 1979. (Parte Prima)

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini                                                    

1. L’inizio del 2016 si apre con un evento destinato a mutare la situazione del “Grande Medio Oriente”.

Il 2 gennaio in Arabia Saudita il religioso sciita Nimr al-Nimr viene decapitato con altri 46 detenuti. Al-Nimr, di 56 anni, era leader delle proteste del 2011 e 2012 contro i Saud per la marginalizzazione politica ed economica della minoranza sciita che rappresenta il 15% della popolazione.

Nimr, che chiedeva riforme democratiche e uguaglianza senza violenza e condannava il terrorismo, era stato arrestato nel 2012 e condannato a morte due anni dopo per “terrorismo”.

L’Iran preannunzia ai sauditi, alleati di USA ed Europa, che “pagheranno un alto prezzo” e nell’intera regione si scatena il caos.

Che sta succedendo?

Appena quattro giorni dopo, l’organizzazione per i diritti umani Reprieve e il quotidiano The Indipendent, britannici, pubblicano un documento preparato dai servizi segreti sauditi poche ore prima delle esecuzioni dal quale risulta che le Autorità erano consapevoli delle ricadute destabilizzanti che l’esecuzione del religioso avrebbe comportato.

Per comprendere quanto accade occorre rispondere ad alcune domande.

Perché l’esecuzione di al-Nimr avviene a ridosso dei negoziati sulla Siria che l’ONU ha programmato di iniziare a Ginevra il 25 gennaio?

Perché USA, Consiglio di Sicurezza ONU ed EU si limitano a chiedere alle parti di evitare un’escalation che potrebbe aggravare il settarismo religioso in Iraq, Libano, Yemen e nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo?

Perché la Lega Araba ospita in Egitto il 9 gennaio una riunione d’emergenza richiesta di Riyadh per condannare l’assalto all’Ambasciata saudita in Iran, il giorno dopo l’uccisione di al-Nimr?

In realtà la guerra all’Iran inizia nel febbraio 1979 quando a Teheran rientra dall’esilio in Francia l’Ayatollah Ruhollah Khomeyni dopo le proteste che nell’anno precedente avevano provocano le dimissioni del re Rheza Pahlavi. Al regno succede la Repubblica Islamica Iraniana proclamata da Khomeyni.

USA, Israele e Arabia Saudita, rimasti privi del più importante alleato nella regione, scelgono il presidente iracheno Saddam Hussein, sunnita e acerrimo nemico della neonata teocrazia iraniana, come il partner più affidabile. Il conflitto per l’egemonia della regione viene trasformato in un conflitto per linee religiose che si apre nel 1980.

Baghdad, con il supporto politico-mediatico e l’armamento fornito da USA e Occidente attacca Teheran dando avvio alla 1° guerra del Golfo che si protrae sino al 1988 e provoca milioni di morti in massacri anche con l’utilizzo da parte irachena di armi chimiche culminato con l’uccisione con gas al cianuro di oltre quindicimila persone nella cittadina curda di Halabja il 16 marzo 1988.

E’ l’inizio di una fase tuttora in corso e da ripercorrere per evidenziarne ragioni e strategia.

Nel gennaio 1981, Israele passa dall’iniziale supporto all’Iraq sin dal primo attacco all’Iran al bombardamento del sito nucleare di Osirak, dove gli iracheni grazie ai francesi arricchivano l’uranio.

La fine della guerra all’Iran precede di un solo anno l’implosione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che segna la fine del mondo bi-polare e consegna agli USA il testimone di unica potenza mondiale.

Gli USA, in qualità di potenza unipolare, sono preoccupati per il tentativo iracheno di insidiare l’egemonia sul nucleare che ha soltanto Israele nella regione e cercano il “casus belli”. Glielo fornisce lo stesso Saddam Hussein.

Esaltato per avere costretto l’Ayatollah Khomeyni a chiedere la fine della guerra e per le forti relazioni intessute con USA e Occidente, Saddam Hussein invade il Kuwait nell’agosto del 1990 con il pretesto che avrebbe usato tecniche di perforazioni avanzate estraendo petrolio anche dalla parte irachena del sito di Rumaila. In realtà il vero motivo è che il Kuwait aveva supportato economicamente l’Iraq durante i primi 4 anni di guerra contro l’Iran e che Baghdad non era in grado di restituire i 60 miliardi di debito accumulato.

Inizia così la 2° guerra del Golfo e la ritorsione degli USA è immediata: 37 Stati sotto l’egida dell’ONU e guidati dagli USA tra gennaio e febbraio 1991 annichiliscono l’esercito iracheno e ne devastano tutte le infrastrutture.

Costretto alla tregua, Saddam Hussein subisce l’imposizione della “no fly zone” nel Nord, dove si sviluppa un’iniziale autonomia della popolazione curda mentre nel Sud si accende la rivalità fra sunniti e la forte componente sciita.

Dall’altra parte, la strenua resistenza di Teheran all’attacco iracheno super-armato da USA e Occidente rinforza nel foro interno e all’estero il carisma di Khomeyni. A livello interno, Khomeyni impone la lettura sciita della scuola di Qom, che privilegia il principio della “Velayat-al-Faqi” secondo cui le decisioni della Guida Suprema prevalgono anche sulle Istituzioni politiche.

All’estero, Khomeyni trova un alleato nell’Ayatollah Musa Sadr, di Qom, sciita duodecimano, che nel 1974 aveva riconosciuto con decreto gli alawiti siriani come facenti parte della famiglia religiosa sciita. E proprio con l’aiuto di Khomeyni, nel 1982, Sadr dà vita in Libano al movimento armato sciita Hezb’Allah, di cui era responsabile militare Imad Mughniyeh, palestinese, già militante di “Forza 17” (per le operazione estere di Fatah) e rimasto in Libano anche dopo l’invasione israeliana del 1982.

Khomeyni mantiene buoni rapporti in Iraq con le scuole “quietiste” di Karbala e Najaf, che sostengono la separazione fra potere religioso e politico e hanno (anche tuttora) in Alì Al-Sistani il referente. In altri termini si concretizza in soli tre anni un “asse sciita” – che sarà denominato “mezzaluna sciita” nel 1994 dal re di Giordania – con epicentro a Teheran che ha ambizioni di egemonia regionale e che, fino agli accordi sul nucleare del 14 luglio 2015, era emarginato da USA, Israele e Occidente.

Due eventi contribuiscono a realizzare il progetto del “Grande Medio Oriente”, teorizzato da uno studio israeliano negli anni ’90.

Il primo è l’attacco all’America dell’11 settembre 2001 quando aerei pilotati da kamikaze esplodono contro le due Torri Gemelle di New York e nel compound del Pentagono provocando 2.974 vittime, di cui 55 militari e tutti gli altri civili. L’attacco è rivendicato da Al Qaeda, il cui leader, Osama Bin Laden, si era trasferito in Afghanistan con il suo quartier generale.

Il secondo è costituito dalle rivolte arabe iniziate nell’ottobre 2010 dal popolo saharawi in Marocco e che investono nel 2011 la fascia mediterranea da Rabat a Latakia e oltre sino a Sana’a nella Penisola araba.

In nome della “guerra al terrorismo”, gli USA iniziano due guerre per ridisegnare un Medio Oriente a tutela degli interessi americani e dei locali Paesi alleati, fra i quali spiccano Israele e Arabia Saudita.

La prima inizia nell’ottobre 2001 contro l’Afghanistan che ospitava leader ed esponenti di Al Qaeda ma non ne condivideva l’agenda internazionalista né l’esposizione mediatica di Bin Laden.

Eppure sin dal 1998, dopo la pubblicazione del Manifesto di Peshawar del febbraio di quell’anno con il quale dieci organizzazioni jihadiste fra le quali Al Qaeda minacciano “ebrei e crociati” di ritorsioni per le guerre che scatenano contro l’Humma (i musulmani), il leader dei Talebani, Mullah Omar, si era dichiarato disponibile a estradare Bin Laden se avesse ricevuto le prove della sua colpevolezza. Promessa che Mullahh Omar ripete dopo l’11 settembre aggiungendo la condanna nei confronti degli esecutori della strage. Le prove non gli vennero mai inviate e l’inizio della guerra viene programmata con il vicino Pakistan.

Dopo appena diciotto mesi, a marzo 2003 con la sola Gran Bretagna, gli USA danno avvio alla guerra contro l’Iraq con il falso pretesto sostenuto dinanzi al C.d.S. ONU che Baghdad fosse in possesso di armi “Nucleari, Biologiche e Chimiche” (NBC).

Delle due guerre, quella contro l’Iraq porta al potere gli sciiti e, ufficialmente chiusa a dicembre 2011, prosegue tuttora e agli scontri nel Nord fra curdi e potere centrale si aggiungono nel Sud quelli fra le comunità sciite e sunnite e quella più devastante contro Deish (Al Dawla al Islamiyyah fi Iraq wa Sham), che controlla circa 1/3 del Paese.

Per quanto riguarda la genesi di Daesh basta ricordare che i militanti di matrice qaedista si insediano in Iraq nel 2003 e operano come AQI (a Qaeda in Iraq) guidata da Abu Mussab Zarkawi sino alla sua uccisione a giugno 2006.

Dall’ottobre 2006 prosegue ISIS (Islamic State in Iraq and Sham) che indica la Siria (parte dello Sham) come prossimo obiettivo.

ISIS aggrega varie formazioni jihadiste e dopo le rivolte in Siria vi si radica e trova il nuovo leader in Ibrahim Abu Bakr al-Baghdadi, che si allontana da Al Qaeda e nel giugno 2014 si autoproclama Califfo del Califfato dell’Iraq e della regione dello Sham (Iraq, Siria, Libano).

Resta senza risposta la domanda sul motivo per il quale il senatore repubblicano USA John McCain incontri in Siria nel maggio 2013 al-Baghdadi.

Quella contro l’Afghanistan, in chiusura a fine dicembre 2014, è già stata prorogata di un anno per due volte per cui è ancora in corso in un Paese distrutto, corrotto e inadeguato a contrastare i Talebani. E inoltre è uno Stato che dipende in termini economici, sociali e di sicurezza da USA, ONU e Paesi donatori per i quali costituisce un’importante base strategica nella regione asiatica, utile agli USA per contrastare la Cina nel Pacifico, area che diventerà prioritaria nel prossimo futuro.

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L'ayatollah Roullah Moussawi Khomeiny

L’ayatollah Roullah Moussawi Khomeiny

 

 

 

 

 

 

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