Dopo vent’anni di attesa, la vita democratica nei territori palestinesi sembra possa tornare, con fatica e notevoli incertezze, al centro dell’agenda politica. Il 10 ottobre il Presidente Mahmoud Abbas ha rinviato con un nuovo decreto le elezioni legislative, previste per il 28 novembre 2026, e ha fissato per l’11 settembre 2027 sia queste, sia le presidenziali.

La Presidenza palestinese ha motivato il rinvio con la mancanza di libertà di movimento, le restrizioni imposte da Israele e la situazione di sicurezza, in particolare a Gaza.
Secondo fonti palestinesi, tuttavia, la decisione avrebbe anche una dimensione politica: Fatah e Hamas ne avrebbero concordato il rinvio in un incontro al Cairo. Le due spiegazioni non sono necessariamente in conflitto: agli ostacoli materiali al voto, soprattutto nella Striscia, potrebbe aggiungersi la scelta delle principali forze politiche di non andare alle urne in assenza di un dialogo nazionale più ampio.
L’elemento propulsivo di questa svolta va rintracciato principalmente nelle forti pressioni esercitate dagli attori internazionali per una radicale “rivitalizzazione” dell’ANP.
Storicamente diretta da Yasser Arafat fino alla sua morte nel 2004, l’ANP è poi passata sotto la presidenza di Mahmoud Abbas, più conosciuto come Abu Mazen, in base a una tradizione culturale dell’onomastica araba nota come kunya.
A seguito delle elezioni del 2006 e al conseguente scontro politico-militare dell’anno successivo, l’ANP ha perso il controllo effettivo della Striscia di Gaza a favore del movimento di Hamas. Da quel momento la sua giurisdizione si è limitata alla sola Cisgiordania.
Nei successivi anni ha visto sgretolarsi la propria legittimità politica ed influenza a causa della mancanza di un accordo di pace definitivo, del prosieguo dell’occupazione e dell’espansione degli insediamenti israeliani, uniti a forti pressioni interne e crisi economiche senza fine.
Già a partire dal tardo 2023, la diplomazia statunitense ha vincolato qualsiasi ipotesi di futura gestione della Striscia di Gaza a un piano articolato di riforme politiche, finanziarie e di sicurezza. Un’impostazione confermata dalla successiva amministrazione Trump, che ha subordinato il rientro dell’ANP a Gaza al completamento di uno specifico pacchetto di riforme, lasciando temporaneamente la gestione operativa a un Comitato tecnocratico sotto la supervisione del Board of Peace (organismo internazionale promosso da Donald Trump con l’obiettivo di supervisionare il processo di pace, la governance transitoria e la ricostruzione della Striscia di Gaza).
Parallelamente, l’Unione Europea ha adottato una linea analoga, subordinando l’erogazione di un cospicuo pacchetto di aiuti finanziari urgenti e programmi di supporto globale alla realizzazione di progressi tangibili nel percorso di riforme istituzionali dell’ANP, considerate un prerequisito essenziale per il suo coinvolgimento nella ricostruzione di Gaza.
In tale ambito, l’indizione delle consultazioni elettorali assume i contorni di un adempimento tecnico richiesto dalle cancellerie estere, piuttosto che di un processo autonomo scaturito da un dibattito nazionale.
A complicare ulteriormente il quadro descritto, interviene la grave crisi di fiducia che investe i vertici palestinesi. I dati demoscopici mostrano un crollo del consenso nei confronti dell’Amministrazione guidata da Abbas e del governo del Primo Ministro Mohammad Mustafa, insediatosi nel marzo 2024. Secondo un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR), pubblicato nell’ottobre 2025, il 75% della popolazione palestinese si dichiarava insoddisfatto dell’operato del presidente Mahmoud Abbas, mentre l’80% chiedeva le sue dimissioni. La stessa rilevazione evidenziava una diffusa sfiducia nelle istituzioni, con otto intervistati su dieci convinti della presenza di corruzione al loro interno.
Nonostante gli sforzi profusi negli ultimi due anni con la revisione di cariche apicali, la convocazione dei vertici del movimento Fatah e la redazione di una costituzione provvisoria, il solco tra cittadini e dirigenza rimane profondo.
Nel tentativo di adeguare il sistema alla nuova fase, il quadro normativo elettorale è stato sostanzialmente riscritto rispetto alle norme in vigore dal 2007.
Inizialmente era stato ampliato il Parlamento ed i seggi del Consiglio Legislativo Palestinese erano passati da 132 a 200; successivamente Abbas ha ritirato il decreto, ripristinando i 132 seggi. La soglia di sbarramento per le liste è stata ulteriormente abbassata dal 2% all’1%, mentre l’età minima per potersi candidare è passata da 28 a 23 anni.
Secondo alcuni osservatori, per compiacere più l’Occidente che i palestinesi, è stata introdotta una quota rosa, imponendo l’inclusione in lista di un candidato donna ogni tre.
Infine, è stato introdotto l’obbligo formale per ogni candidato di riconoscere l’OLP come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese e di sottoscriverne il programma politico.
Se l’innalzamento della quota femminile e l’apertura ai giovani presentano certamente dei tratti riformisti, la riduzione dello sbarramento rischia fortemente di frammentare ulteriormente il panorama politico, favorendo una proliferazione di liste locali o claniche.
Invece, l’obbligo di adesione al programma OLP, così come è stato stabilito, può rappresentare una clausola escludente nei confronti delle forze di opposizione, con il rischio di condizionare la partecipazione al voto.
La modifica del quadro normativo ha sollevato numerose critiche interne, con i principali movimenti d’opposizione, in particolare Hamas, la Jihad Islamica e il Fronte Popolare, cui si sono aggiunte altre coalizioni minori della società civile, che hanno apertamente denunciato sia l’assenza di un dialogo di consenso nazionale, sia le decisioni prese in modo unilaterale dalla ANP.
Come se non bastasse, sono emerse profonde spaccature interne allo stesso movimento Fatah, sollevando lo spettro di una competizione interna tra liste concorrenti che potrebbe ripercorrere le dinamiche di crisi già viste in passato.
Senza un’intesa più ampia, anche di compromesso, e un serio dialogo nazionale in grado di ricompattare le diverse anime politiche, la convocazione delle elezioni rischia di rivelarsi un mero esercizio di riorganizzazione amministrativa.
Un restyling ad uso dei donatori internazionali, non certo una svolta democratica necessaria ed attesa, per unificare il popolo palestinese che dovrà far fronte alle drammatiche sfide di un post guerra che, prima o poi, arriverà.
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