Dopo mesi di paralisi istituzionale, a fine aprile 2026 il nuovo Primo Ministro Ali el Zaidi – designato dal Presidente iracheno Nizar Amidi – ha ottenuto la fiducia del Parlamento.
El Zaidi incarna la figura del Premier di compromesso e di consenso, poiché non ha una propria organizzazione politica alle spalle.

All’interno del complesso sistema di potere condiviso istituito in Iraq nel 2003, tale mancanza agisce come un duplice fattore.
Da un lato è un vantaggio tattico, poiché un candidato neutrale non intacca le quote di poltrone esecutive spettanti ai singoli partiti; dall’altro espone il Primo Ministro alla vulnerabilità: le forze politiche avrebbero meno difficoltà a scaricarlo sotto la pressione pubblica, o a limitarne il raggio d’azione qualora decidesse di scavalcare le proprie prerogative e competenze istituzionali.
A decretare la scelta di el Zaidi è stato soprattutto il suo profilo economico. Ex imprenditore di successo, è proprietario della holding privata Al Oweis e della banca Al Janoob, Istituto quotato all’Iraq Stock Exchange che opera in conformità con i principi della finanza islamica (Sharia Compliant).
Appena insediato, il Premier ha dovuto affrontare i dossier più urgenti e spinosi – dall’economia alla sicurezza – con un imperativo categorico: bilanciare i rapporti con gli Stati Uniti e con lo storico e ingombrante vicino, l’Iran sciita degli Ayatollah.
Sul fronte interno, sostenuto da Faiq Zaidan el-Aboudi (Presidente del Consiglio Supremo della Magistratura e uomo tra i più influenti del Paese), el Zaidi ha avviato una campagna anticorruzione. L’operazione di pulizia si è però limitata all’arresto di figure politiche di secondo piano, evitando accuratamente di colpire i centri di potere più radicati, per non coinvolgere ed innescare uno scontro diretto (ed impari), con i leader di spicco.
Il vero punto di svolta è arrivato a metà luglio 2026 con la visita ufficiale a Washington, giunta dopo il formale sostegno e l’invito del Presidente USA Donald Trump, il quale aveva precedentemente espresso una netta contrarietà alla possibile nomina a Primo Ministro del potente e controverso Nouri el Maliki, che peraltro aveva già svolto due mandati consecutivi dal 2006 al 2014.
La missione americana di el Zaidi ha ridefinito le relazioni bilaterali nel quadro dell’Accordo Strategico. L’obiettivo del Premier iracheno è stato duplice: allentare la forte morsa economica e politica esercitata da Teheran e riaffermare la sovranità nazionale, senza tuttavia spezzare i legami di sicurezza con gli Stati Uniti.
Il focus nel corso della visita alla Casa Binaca è stato prevalentemente economico, con la sigla di diversi Memorandum of Understanding (MoU) per un valore complessivo di circa 60 miliardi di dollari.
Tra i contratti siglati spiccano il coinvolgimento di compagnie petrolifere americane per la modernizzazione delle infrastrutture irachene e l’accordo con Starlink per l’accesso a internet satellitare.
L’intesa punta a creare vie d’esportazione alternative per il greggio e il gas, riducendo la vulnerabilità strategica legata allo Stretto di Hormuz.
Attraverso i buoni uffici di Tomas Joseph Barrack Jr., Inviato Speciale per Siria e Iraq, l’Amministrazione Trump punta a riattivare l’oleodotto Kirkuk-Baniyas. Una volta ristrutturato, l’impianto potrebbe trasportare circa 2 milioni di barili di petrolio al giorno.
Per gli Stati Uniti non si tratta solo di una mossa in chiave anti-iraniana, ma anche del tentativo di arginare l’espansione geopolitica di Russia e Cina nel settore energetico.
In cambio Baghdad ottiene il prezioso supporto USA nelle trattative in seno all’OPEC per ampliare le proprie quote di produzione di greggio e gasa.
Il successo più immediato per il Governo iracheno è stata la revoca del blocco statunitense sui flussi di dollari in contanti verso le banche irachene – misura precedentemente introdotta da Washington nell’ambito della sua strategia di massima pressione su Teheran.
Gli Stati Uniti hanno inoltre rimosso il divieto di transazione che colpiva 7 istituti di credito iracheni, inclusa la banca Al Janoob guidata dallo stesso Premier.
La reazione degli Ayatollah è stata immediata e durissima, con il Consigliere della Guida Suprema iraniana, Ali Akbar Velayati, che ha liquidato il viaggio di el Zaidi a Washington definendolo «…una fonte di rimpianto e di dolore per il nostro popolo e per il fedele popolo iracheno…».
Sebbene la posizione dell’Iran in Iraq appaia oggi indebolita dal conflitto in corso con Stati Uniti e Israele, la narrazione di Teheran sulla “resistenza” ne è uscita rafforzata.
Negli ambienti religiosi sciiti cresce il timore che un arretramento iraniano possa tradursi in una debolezza strutturale per l’intera galassia sciita mediorientale. Per questo motivo, la classe politica sciita irachena ha evitato di allinearsi apertamente con l’Iran durante le ostilità.
Pur essendoci segnali di una contrazione dell’influenza di Teheran in Iraq, essa rimane profondamente radicata in tutti i gangli dello Stato e della società civile.
Di certo c’è che la guerra ha ridotto i margini di manovra iraniani a Baghdad, favorendo la nascita di un esecutivo più incline al dialogo con la Casa Bianca.
La strategia dell’attuale Gabinetto iracheno sembra improntata al pragmatismo: navigare l’era Trump limitando al minimo i danni. Un approccio che, per quanto concreto, sconta l’assenza di una reale linea politica indipendente e resta costantemente esposto alle forti pressioni del mondo sciita.
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