La prigionia in India non è una novità

La prigionia in India non è una novità

C’era una volta la Repubblica Fascista dell’Himalaya

Nel 1947 ritornava in Italia un gruppo di prigionieri di cui quasi nessuno parla mai. Venivano dalla lontana India. La seconda guerra mondiale aveva lasciato episodi come quelli dei lager tedeschi e dei gulag sovietici, dei campi di sterminio e delle camere a gas, delle fosse di Katin e delle foibe, insomma dell’eliminazione fisica del nemico prigioniero in spregio ad ogni convenzione internazionale. Eppure quel conflitto ha riservato anche qualche sprazzo di umanità e di comportamento leale, come la resa degli onori delle armi al valoroso nemico sconfitto o come l’applicazione di codici comportamentali cavallereschi di cui oggi, purtroppo, si sta perdendo la memoria.

Un esempio di prigionia “a misura d’uomo” viene proprio dalla lontana India, dove fra il 1941 e il 1947 i Britannici detenevano alle pendici dell’Himalaya un numeroso gruppo di ufficiali italiani catturati sui vari fronti di guerra.

Gli Inglesi, gente tutt’altro che tenera nei riguardi dei prigionieri (come hanno avuto modo di sperimentare moltissimi sventurati sopravvissuti all’internamento in Kenia o in Sudafrica) potevano permettersi il lusso di utilizzare i loro vasti possedimenti coloniali sparsi in tutto il mondo per organizzarvi campi di concentramento lontanissimi dai teatri operativi, in modo tale da ridurre a zero le velleità e possibilità di fuga da parte dei loro malcapitati ospiti.

D’altra parte, non molto diversamente si comportarono gli stessi Italiani -nel loro piccolo- nella prima guerra mondiale, quando deportavano i prigionieri di guerra austriaci in Piemonte, nel forte di Fenestrelle (dove già furono rinchiusi i militari borbonici nel secolo precedente) e quelli ungheresi in Sicilia, a Vittoria.

Uno dei tanti campi di concentramento britannici nella seconda guerra mondiale si trovava a Yol, nell’India settentrionale, ai piedi della catena dell’Himalaya, non molto distante dal Tibet. In quel campo, lo stesso in cui durante la prima guerra mondiale vennero rinchiusi alcune centinaia di prigionieri tedeschi, furono deportati circa diecimila ufficiali italiani che vi “soggiornarono” alcuni dal 1941 e altri dal 1942 fino al loro rimpatrio, avvenuto per la maggior parte di loro tra la fine del 1946 e l’inizio del 1947. Di questo parla il recente libro “Diecimila Italiani dimenticati in India” di Giovanni Marizza, Herald Editore.

Il viaggio fino ai piedi dell’Himalaya non fu breve né semplice. Tutto cominciava in Egitto, dove i prigionieri catturati sui vari fronti venivano fatti arrivare: a El Agami affluivano i prigionieri catturati in Grecia o nel Mediterraneo e a Geneifa sul canale di Suez venivano ammassati coloro che erano stati fatti prigionieri sui vari fronti africani. Caricati sui piroscafi, attraversavano il Mar Rosso verso sud, transitavano davanti alle coste dell’Eritrea ormai ex italiana, sostavano ad Aden nello Yemen e quindi attraversavano l’Oceano Indiano per dieci lunghi giorni prima di approdare in India, a Bombay. Da qui proseguivano in treno verso sud, a Bangalore, dove i sottufficiali e i soldati si fermavano, mentre gli ufficiali ripartivano verso il nord, fino ai piedi delle montagne più alte del mondo.

L’India a quel tempo era percorsa da fremiti indipendentistici ed era inevitabile che fra la popolazione locale e i prigionieri italiani, che anelavano ovviamente alla libertà, si instaurassero rapporti cordiali e solidali. Durante le fermate nelle stazioni ferroviarie la gente si accalcava attorno ai treni carichi di prigionieri e gridava “Italia, Mussolini…!”. Racconta il Tenente Faustini: “Noi lanciavamo manifestini di propaganda nei quali si inneggiava all’immancabile vittoria e si diceva peste e corna degli inglesi. Gli uomini leggevano i nostri messaggi e se li passavano l’un l’altro, le donne sorridevano felici, nascondendo i fogli nel petto…

La struttura detentiva di Yol era costituita da quattro “campi”, contraddistinti con i numeri 25, 26, 27 e 28. Al termine Yol i britannici attribuirono il significato “Young Officers Line”, la linea dei giovani ufficiali. Gli ospiti del campo erano tutti italiani ma caratterizzati dalle più disparate provenienze geografiche ed estrazioni sociali. Erano funzionari civili e ufficiali di tutte le forze armate, armi e corpi, combattenti o logistici. Eccone alcuni. Un altro ufficiale fatto prigioniero a Tobruk e internato a Yol era il Colonnello Carlo Rostagno, classe 1894, di antica famiglia piemontese. Veterano del primo conflitto mondiale, Rostagno si rese protagonista della costituzione a Yol di un centro di studi universitari, che contribuì fattivamente all’elevazione culturale di molti ufficiali. La sua iniziativa venne molto apprezzata anche dalla Santa Sede e dalla Croce Rossa. Al rientro in patria, Rostagno terminò la sua carriera militare come comandante generale della Guardia di Finanza dal 1954 al 1957.

C’era il Tenente dei bersaglieri Oddone Talpo, dalmata, che in Libia, durante la riconquista della Cirenaica, era diventato famoso perché in località El Mechili, al comando di una compagnia di motociclisti e in cooperazione con una batteria motorizzata tedesca, mentre la zona era sorvolata da Rommel sul suo aereo Cicogna, aveva costretto alla resa una brigata indiana catturando i generali britannici O’Connor e Neame.

E c’era anche Nino Nutrizio, celebre giornalista che in seguito divenne direttore del quotidiano “La Notte”. Superstite della battaglia navale di Capo Matapan del 28 marzo 1941 in cui la flotta italiana perse 2.000 uomini e 5 navi, fu prigioniero a Yol fino alla fine del 1946. Sportivissimo (faceva un’ora di ginnastica ogni mattina) e coltissimo, durante la sua forzata permanenza al campo 25 si distinse come allenatore di una valida squadra di calcio e di una di pallacanestro e come conferenziere, ogni sabato, su argomenti di attualità.

C’era il Tenente Umberto Cappuzzo, preso prigioniero in Africa Settentrionale, che sarebbe diventato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.

Uno che non sopportava l’ospitalità britannica era Elios Toschi, capitano del Genio Navale e inventore, insieme a Teseo Tesei, dei celebri “maiali”, i mezzi d’assalto della Marina che terrorizzarono i Britannici a Gibilterra, Alessandria, Creta e in tutto il Mediterraneo. Fuggì una prima volta da Yol (con un collega che riuscì a riparare nel possedimento portoghese di Diu) e tentò di rimpatriare scavalcando la catena dell’Himalaya, ma fu catturato e riportato a Yol. Da qui fuggì una seconda volta da solo, attraversò mezza India travestito con costumi locali e riuscì a rifugiarsi a Goa, altro possedimento portoghese.

Ciascuno dei quattro campi era diviso in cinque recinti, e ogni recinto contava una decina di baracche di legno con il tetto in eternit. In ogni baracca, sei stanzette per un totale di trentasei prigionieri. Altre baracche erano adibite ai servizi del campo: docce, mensa, una cappella per ogni recinto (“Stringendosi un po’, gli italiani hanno fatto posto a Nostro Signore”, scrisse ammirato monsignor Pietro Leone Kierkels, delegato apostolico in India, in una sua relazione alla Santa Sede), ma anche attrezzature sportive per mantenere l’efficienza fisica, un campo da tennis e un cinema all’aperto che gli “ospiti” potevano frequentare, ma a pagamento. Il cimitero, invece, era ad una decina di chilometri, a Dharmsala, una località molto più confortevole di quella destinata ai viventi. In cinque anni, novantotto volte quella strada fu purtroppo percorsa da cortei funebri.

Testo di una lettera di un prigioniero italiano a Bombay (1944)

L’inventiva dei prigionieri, che realizzarono apparati radio, macchine fotografiche e macchine distillatrici con mezzi di fortuna, destava la stupita ammirazione dei carcerieri indiani, che poi lo raccontavano alle autorità britanniche, magnificando le risorse morali e l’industriosità degli Italiani. Gli Inglesi ribollivano di rabbia, e uno di loro scrisse in un rapporto “è impossibile che gli Italiani, noti nel mondo per la poca attitudine al lavoro, sappiano creare, senza complici e senza aiuti esterni, opere degne di figurare in una mostra di materiali di precisione”. Pertanto gli Inglesi organizzarono frequenti perquisizioni notturne a sorpresa, soprattutto per sequestrare le radio clandestine, ma non riuscirono mai a scoprire niente: ogni notte le radio venivano smontate e i pezzi venivano sepolti in nascondigli impensabili. Le radio clandestine captavano regolarmente Roma, Berlino e Tokio, stazioni che fornivano i bollettini di guerra dell’Asse. Ma era possibile ascoltare anche l’altra campana, perché ogni giorno entravano nei campi i giornali indiani in lingua inglese (“Statesman”, “Times of India” e “Civil and Military Gazette”), cosa che permetteva ai prigionieri di farsi una chiara ed aggiornata idea dell’andamento delle operazioni in tutti i fronti di guerra.

Per informare anche gli ospiti dei campi che non disponevano di radio, la diffusione delle notizie avveniva trascrivendo i comunicati radio su pezzi di carta che poi venivano infilati dentro palle da tennis bucate che venivano lanciate da un campo all’altro attraverso le strade di separazione. Alla sera, dopo il pasto, i prigionieri si riunivano e i bollettini venivano letti sottovoce, mentre tutti ascoltavano in assoluto silenzio.

Il 26 luglio 1943 gli altoparlanti diffusero le note della marcia reale. I prigionieri si avvicinarono curiosi ai reticolati e ascoltarono un incredibile proclama: “Sua Maestà il Re ha accettato le dimissioni di S.E. Benito Mussolini. Il Re ha designato a capo del Governo il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”. Tutti restarono impietriti, senza parole, e compresero che la guerra era irrimediabilmente perduta. Il successivo 8 settembre i prigionieri vennero invitati a scegliere, in un ambiente caratterizzato dalla tipica precisione britannica: vengono fatti sfilare in fila “indiana” (è proprio il caso di dirlo) e a ciascuno venne posta la domanda: “Sei fascista o antifascista?” e ciascuno firmò la sua dichiarazione. Coloro che scelsero di restare fascisti vennero sistemati nel campo 25, mentre gli altri, che risultano in maggioranza, vengono destinati ai campi 26, 27 e 28. Non si sa quanto influì sulle decisioni degli internati il fatto che i Britannici avevano fatto preventivamente sapere ai prigionieri che agli “antifascisti” sarebbe stato concesso di uscire dal campo. Intanto a metà ottobre l’Italia badogliana dichiarò guerra alla Germania.

Il giornale “Statesman” del 18 ottobre espresse giudizi sprezzanti sul Re e su Badoglio per avere dichiarato guerra all’alleato di ieri, comportandosi in tal modo peggio di Pétain e del governo di Vichy, che mai avevano dichiarato guerra all’Inghilterra.

Il successivo 15 ottobre i non collaborazionisti, che avevano fondato la “Repubblica Fascista dell’Himalaya”, intrapresero un clamoroso passo: ogni prigioniero scrisse una lettera al Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, in cui dichiarava “di non riconoscere l’armistizio dell’8 settembre ’43 tra gli alleati e Badoglio, di considerarsi soldato e cittadino della RSI […] e di volere essere trattato alla stregua dei prigionieri di guerra delle potenze dell’Asse”.

I non collaborazionisti, o semplicemente “non”, come vennero chiamati, usavano i saluti romani e le camice nere, la data dell’Era Fascista in tutti gli scritti e ostentavano l’uso del “Voi”, comportamento che causava giorni di prigione. Gli Inglesi cercarono anche di convincerli con la fame, e somministrarono loro misere razioni viveri da 900 calorie al giorno, mentre agli antifascisti ne spettavano più del triplo: 2.900, ma non ci fu niente da fare. I Britannici poterono solo rimpatriare per ultimi questi “duri a morire”.

Coloro che ebbero la facoltà di allontanarsi dal campo poterono non solo visitare i villaggi vicini, ma anche avvicinarsi alle montagne. Infatti la vista delle maestose cime himalayane aveva esercitato già da tempo una forte attrazione su taluni ufficiali, soprattutto fra i molti provenienti dalle truppe alpine, che chiesero ai loro carcerieri di poter uscire dai reticolati per frequentare l’ambiente montano circostante, così ricco di maestose cime inviolate. E così ottennero, forse unico caso nella storia del secondo conflitto mondiale, di uscire “sulla propria parola d’onore” dal campo di concentramento per affrontare alcune cime dell’Himacal Pradesh.

Articolo del quotidiano "The Times of India"

Tornarono a casa solo nel 1947, compresi i badogliani, nonostante la cobelligeranza italiana con l’Inghilterra. Spietatezza britannica? Non solo: il sospetto agghiacciante è che sia stato lo stesso governo italiano a richiedere a Londra la loro detenzione fino a dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946: quegli scomodi personaggi avevano giurato fedeltà al Re e pertanto avrebbero votato in massa per la monarchia.

Ma anche dopo aver baciato il suolo della patria i problemi per gli ex prigionieri non cessarono e il loro reinserimento nella società non fu semplice né rapido: la bandiera italiana non era più quella per cui avevano combattuto la guerra, i fascisti non trovarono più il fascismo, i monarchici non trovarono più la monarchia, gli antifascisti e gli antimonarchici trovarono un sistema che non avevano contribuito a costruire, i fratelli non trovarono più i fratelli divorati dalla guerra (compresa la peggiore, quella civile), i figli non trovarono più i genitori, i padri trovarono figli che non avevano ancora visto e dai quali stentavano a farsi riconoscere… Ci fu anche chi rimpianse Yol.

Oggi di prigionieri italiani in India ne rimangono due: Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, detenuti non dai Britannici ma dagli Indiani stessi, contro il dettato delle leggi internazionali. Nel loro caso il governo italiano non sta chiedendo ai carcerieri di prolungarne la detenzione ma non è capace di ottenere la loro liberazione. Il che è ancora peggio.

 

3 Responsesto “La prigionia in India non è una novità”

  1. Agnese Cini scrive:

    Sono la figlia di un prigioniero del campo 25 a Yol (India):
    IPPOLITO CINI DI PIANZANO, che vi ha passato 6 anni della sua vita, deceduto nel 1956.
    Grazie per questo articolo davvero interessante; desidero restare informata su ogni eventuale aggiornamento in proposito al suddetto famoso “Campo 25”.
    Grazie, Agnese Cini.

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  1. L’uomo libero che fa il saluto alle montagne della sua prigionia | Donne della realta's Blog - […] Un’immagine da: http://www.osservatorioanalitico.com/?p=928 […]

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