Il modello Singapore: successo o fallimento?

Il modello Singapore: successo o fallimento?

Mentre gli interessi finanziari di tutto il mondo continuano a muoversi in direzione delle nuove economie emergenti dell’Asia, la crisi economica che ha sorpreso l’Europa sembra aver raggiunto le sponde di una delle quattro Tigri Asiatiche: Singapore.

Il PIL di questa piccola città-stato, da sempre superiore a quello della maggior parte dei paesi sviluppati, raggiungendo la sua punta massima del 36.4% nel marzo 2010 e la punta più bassa del 15.9% nel settembre 2010, registra il suo minimo storico nel 2012 con un preoccupante 0.7%. Il drastico rallentamento della crescita economica spinge molti a chiedersi se il modello Singapore sia ancora un valido modello politico ed economico.

Il background di Singapore

Singapore, originariamente paese di immigrati, ha un tessuto sociale multi-etnico e multi – religioso, composto da tre grandi comunità, quella cinese, che rappresenta la maggioranza, quella malese e quella indiana, a cui si aggiunge una piccola percentuale di ciò che potremmo definire “resto del mondo”. La gestione di comunità tanto diverse per lingua, cultura e tradizione, non è affatto facile ed ha richiesto un notevole sforzo politico per garantire un’equa rappresentanza in Parlamento e l’accesso all’istruzione, salute e alloggio pubblici per tutti.

Da quando Singapore ha ottenuto l’indipendenza dalla Malesia nel 1965, la sua scena politica è stata dominata dal People’s Action Party (PAP) che ha sempre ottenuto una maggioranza schiacciante. Il PAP, la cui immagine è rappresentata dal personaggio carismatico di Lee Kwan Yew, ha guidato il paese in una sorprendente crescita economica e stabilità politica basata sul concetto di meritocrazia in cui il potere si conquista attraverso capacità e lealtà alla nazione. Il governo ha mantenuto un’immagine di trasparenza ed ha attuato un’importante lotta contro la corruzione tanto da guadagnarsi il quinto posto nella classifica dei paesi meno corrotti al mondo. Le fratture all’interno delle leadership politiche sono assai rare.

L’economia singaporiana

Singapore, tigre asiatica assieme a Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud, resta il quarto centro finanziario al mondo dopo Londra, New York e Tokyo, e il suo porto è tra i più attivi e trafficati del globo. La sua economia è classificata fra le dieci più libere e competitive al mondo e nel 2007 la città fu definita il più importante hub per la logistica. Il settore manifatturiero, l’elettronica, la raffinazione del petrolio, la chimica, l’ingegneria meccanica e le scienze biomediche costituivano gran parte dell’economia di Singapore, con alti e bassi dovuti a vari crolli di settore e di competitività. Attualmente, l’elettronica lascia posto al turismo.

L’economia di Singapore è caratterizzata da una forte presenza governativa nelle compagnie locali, che viene visto spesso aspetto negativo e tendente al dittatoriale da analisti occidentali, ma due dei migliori esempi di questa politica sono l’aeroporto di Changi (classificato sempre fra i primi tre migliori al mondo) e la Singapore Airlines (anch’essa fra le prime tre migliori compagnie aeree esistenti).

Il governo ha attuato una politica di attrazione di imprese e fondi esteri e progressivamente Hong Kong ha ceduto il primato a Singapore. Aprire o trasferire un’azienda a Singapore è diventato sempre più appetibile grazie all’introduzione di nuove leggi e di un nuovo sistema fiscale molto favorevoli. Gli investitori definiscono ancora il sistema sicuro, pulito ed efficiente in cui si pagano tasse basse e stabili.

Lee Kuan Yew

 

Come afferma il titolo del libro del Ministro mentore Lee Kuan Yew (“From Third World to first – The Singapore story: 1965-2000”) , Singapore è passata dal terzo al primo mondo nel giro di pochi anni, raggiungendo un livello di benessere e crescita economica sorprendenti, il che ha convinto molti a vedere il modello Singapore come modello vincente.

 

 

 

Modello Singapore: critiche e punti deboli

Il sistema Singapore non è però immune da critiche. La ONG Freedom House ha definito Singapore “un paese parzialmente libero” e il settimanale The Economist lo classifica tra “i regimi ibridi”, basandosi sull’analisi di processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione politica e partecipazione culturale. Certamente l’esistenza delle punizioni corporali e della pena di morte viene mal visto dal mondo occidentale, che considera il regime singaporiano autoritario e lontano dalla democrazia. Le critiche spesso mosse a questo Paese, in cui ho vissuto per quasi due anni, si basano sempre sul divieto di masticare gomme, di consumare cibo e bevande in metropolitana e di gettare rifiuti e mozziconi per strada, che non mi sembrano affatto elementi validi per definire un sistema autoritario. Piuttosto, si potrebbe parlare del progetto di Lee Kuan Yew (storico primo ministro della Repubblica di Singapore, protagonista della scena politica con diversi incarichi dal 1959 al 2011), che era quello di creare una società altamente disciplinata, determinata ed istruita, disposta a lavorare duramente; progetto riuscito a pieno con il suo mix di liberismo economico e rigida disciplina sociale. Il dissenso è fortemente scoraggiato e punito, con “facili” condanne per calunnia e diffamazione, ma il consenso esiste ed è evidente, e si fonda sull’orgoglio nazionale, la famiglia e la comunità.

Negli anni, l’economia è riuscita a non calpestare il sociale. La percentuale di cittadini che vivono in povertà è minima, inferiore all’1%, e l’assistenza sociale cerca di considerare e coprire tutti gli aspetti comunitari, dall’alloggio al problema del gioco d’azzardo.

Come tutti i sistemi, anche quello singaporiano è imperfetto. L’arresto della crescita economica ha fatto emergere alcuni problemi dormienti. I cittadini lamentano un vorticoso aumento del costo della vita in relazione agli stipendi, e in particolare il costo delle abitazioni. La costruzione delle abitazioni è regolato dallo stato attraverso l’Housing Development Board (HDB), una specie di virtuosa edilizia popolare che stabilisce priorità di assegnazione e zone di costruzione. Qui, però, la falla del sistema ha fatto si che i prezzi aumentassero in maniera spropositata e i cittadini cominciano ad avere difficilmente accesso all’edilizia popolare. Quella privata, destinata agli stranieri, è fuori discussione.

Anche il sistema sanitario non soddisfa più i cittadini. Le file al pronto soccorso sono divenute una costante e le cure di base sono state ridotte, ma i costi per consultazioni e cure private sono aumentati proporzionalmente alla crescita dell’inflazione.

Il PAP è accusato di non aver saputo prevenire l’arresto economico e di non apportare i dovuti cambiamenti economici e sociali.

L’istruzione è considerata ad un buon livello ma non mancano i lati oscuri. Singapore ha creato un sistema educativo estremamente ed inutilmente competitivo, di conseguenza, seppur gratuita, l’istruzione diventa una spesa eccessivamente forte per le famiglie che sono costrette a pagare lezioni extra ai figli dalla scuola media, spendendo fino a 2000 SGD al mese.

Altro grande problema irrisolto è la disparità fra tra uomini e donne. I ragazzi sono obbligati ad un lungo servizio militare che li rallenta negli studi universitari e impedisce la crescita parallela di ambo i sessi sul piano universitario con pesanti conseguenze sul piano sociale. Quando una ragazza comincia gli studi universitari, i suoi coetanei maschi sono impegnati nel servizio militare, il che riduce di molto le occasioni di incontro e di formazione di famiglia in futuro. Singapore ha un basso tasso di natalità, con una crescente difficoltà di contribuzione per il sistema pensionistico.

Per la prima volta nella storia della fondazione del Paese, il PAP comincia a perdere consenso e la popolazione muove critiche assai dure ed aperte attraverso blog e riviste.

Successo o fallimento?

Nessun sistema politico ed economico è perfetto ma -sulla base di esperienze dirette sul campo- sono convinta che quello di Singapore sia un apparato quanto meno funzionante. Lo Stato continua ad essere burocraticamente semplice, la qualità della vita resta alta ed il governo cerca di regolamentare e porre rimedio ai disagi in cui incappa la società civile. Un esempio, in tal senso, è l’apertura del Casinò di Marina Bay Centre, creato per intrattenere ed attirare turisti e giocatori incalliti da tutto il mondo, che però ha messo in pericolo la già fragile comunità cinese, tendenzialmente attratta dal gambling. Per arginare il pericolo, le autorità locali hanno stabilito di istituire un organismo specifico, capace di regolamentare il fenomeno e limitarne i danni.

2012 Anno del Drago

Il benessere della comunità resta una priorità per il governo, e sono convinta che Singapore troverà il modo di uscire dalla crisi mantenendo in vigore il suo attuale sistema, apportando qualche modifica che si adatti al cambiamento della società e delle circostanze mondiali.

Nel frattempo, prendendo ad esempio la Cina che ha messo radici nel continente africano, Singapore sta esportando il suo modello di good governance in Africa, cominciando ad investire in alcuni Paesi come il Ghana e realizzando scambi culturali ed universitari, fornendo consulenze governative ed ospitando convegni e forum.

L’ “anno del drago” è solo un anno di riflessione per questa grande Tigre del Sud-est asiatico.

 

One Responseto “Il modello Singapore: successo o fallimento?”

  1. ugo mariani scrive:

    I nostri ragazzi cresciuti nella bambagia e senza punizioni faranno i camerieri a singaporiani(?), coreani e cinesi se non si cambia stile.

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