Cina e Giappone: scambio di ruoli?

Cina e Giappone: scambio di ruoli?

Questo settembre è stato nuovamente caratterizzato dalla crisi Cina Giappone per le isole Diaoyu (per i cinesi) o Senkaku (per i giapponesi). Si tratta di otto piccole isole collocate nel mare a nord est di Taiwan e ad ovest dell’arcipelago giapponese di Okinawa.

Il Giappone ne detiene il controllo effettivo, ma la Cina e Taiwan ne rivendicano la sovranità soprattutto a partire dagli anni Settanta, in particolare da quando alcune esplorazioni hanno rilevato la presenza di bacini ricchi di combustibili fossili. Infatti il controllo di queste isole permette allo stato occupante di sfruttare in maniera esclusiva le risorse naturali della cintura di 200 miglia nautiche attorno alle isole, la cd. Zona Economica Esclusiva.

Già nel settembre del 2010 l’arresto dell’equipaggio di un peschereccio cinese da parte delle guardie costiere giapponesi nel mare che circonda le isole Diaoyu o Senkaku aveva riacceso la contesa.

In quell’occasione la leadership cinese reagì con provvedimenti forti, incluso il blocco delle esportazioni dei prodotti minerari rari (cd. “terre rare”) verso il Giappone.

Le manifestazioni diffuse in tutta la Cina del settembre scorso sono causate dall`acquisto delle isole da parte del governo giapponese dal cittadino giapponese che ne deteneva la proprietà, un atto preventivo per evitare che le acquistasse il governatore di Tokyo, il nazionalista Shintaro Ishihara, e le trasformasse in simulacro e meta di pellegrinaggio dei nazionalisti giapponesi.

In Cina però questa mossa cautelativa non è stata compresa e in alcune città si sono avuti anche dimostrazioni con accenti violenti come il ferimento di cittadini giapponesi (sei ad Hong Kong) e l`assalto e la distruzione di negozi e fabbriche giapponesi. Il risultato finale è l`acutizzazione della crisi delle relazioni sino-giapponesi: rinvio sine die delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario dello stabilimento delle relazioni tra i due paesi, sostituzione dell`ambasciatore giapponese in Cina considerato da Tokyo troppo mite e maggiore schieramento o “bandwagoning” del Giappone con gli Stati Uniti (ed una deriva nazionalista dell`elettorato giapponese prossimo alle elezioni).

Sembra che ci sia un dualismo profondo nei rapporti tra Cina e Giappone. Relazioni economiche e politiche hanno seguito percorsi profondamente diversi, al punto di “quasi-contrasto”. Mentre i rapporti economici sono in continua espansione, politicamente, vi è una profonda sfiducia che guasta le relazioni diplomatiche.

La sfiducia è alimentata soprattutto dai responsabili politici cinesi, che per frenare il malcontento interno, deviano l’attenzione del pubblico verso presunte minacce esterne, come il Giappone. Infatti i leader  cinesi alimentano il nazionalismo aggressivo anti-giapponese enfatizzando continuamente le vessazioni subite durante il colonialismo giapponese in Cina (l’invasione giapponese della Cina iniziò nel 1931 e culminò con l’occupazione di Shanghai, Nanchino e Canton nel 1937-38 e la maggior parte delle regioni costiere nel 1941). In particolare, dalle manifestazioni di piazza Tienanmen tra il 1986 e il 1989, quando la leadership cinese fu oggetto di fortissima delegittimazione interna, le autorità cinesi hanno sempre alimentato sentimenti anti-giapponesi dei programmi scolastici e dei media tradizionali e nuovi, al fine di distogliere l’attenzione pubblica dal malcontento interno o per espandere la propria legittimità.

In effetti i leader cinesi spesso usano le crisi antigiapponesi per mobilitare il consenso per se stessi e per apparire come leader forti.

Pechino: i ristoranti giapponesi, per paura di attacchi vandalici, hanno coperto le insegne con bandiere cinesi e con scritte `Le isole Diaoyu sono cinesi`

Questa animosità popolare anti-giapponese innesca un effetto boomerang: le autorità cinesi infatti finiscono per essere spinte ad adottare politiche populiste assertive contro il Giappone per non apparire deboli agli occhi delle masse cinesi. Inoltre, non aiuta l’opinione diffusa tra le autorità cinesi sul ruolo degli Stati Uniti come “patron” della politica estera giapponese sulla Cina a scapito dei rapporti sino-giapponesi. Infatti i cinesi considerano il rafforzamento dell’alleanza Giappone-USA uno strumento di contenimento della crescita cinese.

I leader cinesi possono ritenere che cavalcare l’onda del nazionalismo anti-giapponese fornisca un beneficio nel breve periodo, ma questa politica non è sostenibile nel medio e lungo termine ed inevitabilmente si rivela controproducente. Paradossalmente questa situazione è simile a quella verificatasi in Giappone nel decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale.

Il fatto che la Cina stia scivolando verso un nazionalismo astioso, accentuato dalla paranoia verso tutte le attività di paesi esteri, quando qualsiasi cosa viene etichettata come un complotto anti-cinese, insieme con la sua crescente volontà di sfidare la sicurezza regionale e globale, fa eco all’atteggiamento del Giappone nel periodo pre-bellico.

Nel 1930 estremisti giapponesi adottarono politiche di nazionalismo e del militarismo oltranzista ed iniettarono un diffuso fervore patriottico attraverso massicce campagne di indottrinamento nei media e nelle scuole. Questo, ben presto sfociò nel conflitto ampio e disastroso ben conosciuto.

Oggi i politici cinesi sembrano essere bloccati in una simile posizione: una trappola in cui non possono prendere decisioni razionali in politica estera con il rischio, prima o poi, di vedersi costretti ad intraprendere politiche avventuriste che potrebbero sfociare in conflitti armati proprio a causa della pressione esercitata dalle masse nazionaliste cinesi.

Nell’ultimo decennio i leader  cinesi si sarebbero anche attivamente impegnati in una serie di operazioni di soft power, al fine di influenzare positivamente la percezione della Cina in Giappone, tuttavia tutti questi sforzi sono stati compromessi da una serie di incidenti come le dimostrazioni di questo settembre.

Il principio di base del Partito Comunista Cinese di fornire un ambiente stabile interno ed internazionale al fine di garantire lo sviluppo economico, recentemente incardinato nella dottrina del cd. Peaceful rise o Peaceful development (dottrina elaborata dalla quarta generazione di leaders cinesi che sottolinea l’uso del soft power per promuovere buone relazioni con gli altri paesi inclusi il Giappone e le Coree), sembra essere soppiantato da un atteggiamento emotivo e assai poco razionale.

Incidenti ricorrenti con i paesi vicini, Giappone incluso, hanno ben poco a che fare con processi decisionali razionali e l’interesse cinese di continua crescita socio-economica.

Ciò non solo compromette tutti gli sforzi diplomatici per costruire una reputazione come un buon vicino regionale, ma può anche compromettere lo sviluppo economico cinese, che potrebbe condurre, di conseguenza, a  disordini interni potenzialmente devastanti.

 

 

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