I TENTATIVI ISRAELIANI DI UCCIDERE ARAFAT  1.

I TENTATIVI ISRAELIANI DI UCCIDERE ARAFAT 1.

Yasser Arafat

Yasser Arafat

La lunga ‘saga’ per tentare di uccidere Arafat…domani la seconda parte…

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

1.L’inizio del progetto di eliminare Yasser Arafat (Abu Ammar)

Si prende spunto da un interessante e preciso articolo di Ronen Bergman, giornalista del New York Times (estratto da “Rise and Kilm First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”) sui numerosi tentativi di uccidere, a far data del 1982 il leader palestinese, Yasser Arafat.

Tutto inizia il 23 ottobre del 1982, quando nel centro di Tel Aviv, all’interno del bunker di comando e controllo dell’aviazione israeliana (nome in codice Canary), il radar di linea capta il segnale dell’aereo nello spazio del mediterraneo. Il pilota, in contatto radio, chiede: “Abbiamo il permesso di attaccare?”. Ma il comandante in capo dell’aeronautica militare, il maggiore David Ivry, esita. Il via libera all’abbattimento dell’aereo e del suo passeggero era arrivato dal ministro della difesa, Ariel Sharon. “Negativo”, risponde Ivry.

Cosa sta succedendo?

Solo il giorno prima, il Mossad aveva avviato l’operazione militare,  l’assassinio mirato di Yasser Arafat, presidente del “PLO” (PalestinianLiberation Organization) e nemico dello Stato di Israele.

La Tzomet, unità del Mossad responsabile del reclutamento e della gestione delle risorse all’estero, aveva ricevuto da due informatori interni al PLO un rapporto secondo cui Arafat sarebbe decollato  da Atene su un volo privato  diretto al Cairo. E’ così che Cesarea, l’unità del Mossad che gestiva gli omicidi mirati, invia immediatamente due agenti a raccogliere più informazioni.

Avvantaggiati dalla scarsa sicurezza dell’aeroporto di Atene, questi attendono Arafat nell’area di sosta degli aerei privati. Sharon, nel frattempo, mantiene sotto pressione il tenente generale Rafael Eitan, capo di stato maggiore delle Forze armate israeliane, affinché l’operazione proceda.

L’aviazione militare mette in allerta due F-15 per il decollo immediato dalla base di Tel Nof, ma Ivry, sempre prudente, comunica ancora una volta al pilota “non aprite il fuoco senza il mio o.k.”

Per ben 17 volte prevale l’opzione “no” perché non vi è sicurezza che si tratti di Arafat (come in effetti era).

Cinque minuti prima delle 17,25, dopo che i caccia decollano, squilla un telefono a Canary, sulla linea sicura che connetteva direttamente il quartier generale del Mossad. “Sono sorti dei dubbi”, riferisce la voce al telefono. Secondo informatori del Mossad, Arafat non era neanche lontanamente in Grecia, l’uomo sull’aereo non poteva assolutamente essere lui.

Alle 17, 23 arriva un’altra informativa a Canary: alcune fonti del Mossad e del AMAN (Reparto Intelligence delle Forze Israeliane), chiariscono che l’uomo a bordo dell’aereo era Fathi Arafat, il fratello minore di Yasser, a lui somigliante, pediatra e fondatore della Mezzaluna Rossa palestinese. Con lui c’erano 30 bambini palestinesi feriti, sopravvissuti al massacro che la Falange cristiano – maronita libanese aveva perpetrato un mese prima nei campi profughi di Sabra e Shatila, a Beirut, massacrando e facendo a pezzi donne, uomini e bambini (per un numero calcolato da 800 a 1.400 morti). Fathi Arafat li stava accompagnando al Cairo per cure mediche.

2.La vita di Yasser Arafat.

Nessun obiettivo ha frustrato, tormentato e afflitto l’apparato israeliano più di Yasser Arafat, il leader carismatico del PLO.

Negli anni successivi alla fondazione di Fatah nel 1959 (embrione del PLO), il Mossad ritiene lui e i suoi uomini studiosi e intellettuali. Nel 1965, quando già Fatah stava compiendo le sue prime azioni di guerriglia contro Israele, Rafi Eitan (nessuna parentela con Raful Eitan, generale dell’esercito israeliano) capo delle operazioni del Mossad in Europa, chiede al direttore del Mossad, Meir Amit, di ordinare a Cesareadi fare irruzione in un appartamento che Arafat stava utilizzando come base a Francoforte e ucciderlo.

La convinzione che uccidere il leader dell’OLP avrebbe risolto l’intera questione palestinese sarebbe stata la posizione dominante nell’intelligence israeliana per molti anni a venire. “Israele deve colpire al cuore le organizzazioni terroriste”, scrive nel suo diario Yehuda Arbel, comandante dello Shin Bet a Gerusalemme e Cisgiordania alla fine degli anni ’60.  “L’eliminazione di Arafat è il requisito indispensabile per trovare una soluzione alla questione palestinese”.

E questo è esattamente ciò che Israele tenta di fare per diverse volte. Subito dopo la guerra dei sei giorni (5 – 10 giugno 1967), Arafat lancia una serie di azioni di guerriglia da Gerusalemme Est alla Cisgiordania. In base a un’informazione, l’esercito israeliano assalta la casa in cui faceva base Arafat, ma troppo tardi: trovano sulla tavola il cibo ancora caldo.

Alcuni piani erano più elaborati. Gli israeliani impiegano tre mesi, nel 1968, a cercare di trasformare un prigioniero palestinese in un sicario. Cinque ore prima di essere rilasciato perché portasse a termine la missione, questi si presenta alla polizia, consegna la pistola e spiega che l’intelligence israeliana aveva tentato di fargli il lavaggio del cervello per fargli uccidere Arafat.

Questi e molti altri tentativi non solo falliscono e causano a Israele molto imbarazzo ma fanno anche aumentare la popolarità di Arafat, quando racconta delle sue fughe miracolose.

Oltre ad assicurarsi l’adorazione del suo popolo, Arafat incomincia anche a farsi amicizie importanti all’estero. Il leader della Germania Est, Eric Honecker, lo considera un vero rivoluzionario, come Fidel Castro, e le sue spie riforniscono i palestinesi di intelligence e armi. Nello stesso tempo, la CIA riesce ad approcciare Arafat con trattative informali, uno sforzo supportato ai massimi livelli. Mentre gli anni ’70 volgono al termine, Arafat sembra intoccabile. E’ un capo di Stato de facto, supportato da un ampio consenso. Uccidere alla luce del sole un tale personaggio avrebbe infranto tutte le norme delle relazioni internazionali, e gli israeliani se ne rendono conto.

3.L’inizio degli scontri frontali

Dal 1979, Israele e PLO intraprendono un percorso interminabile di attacchi e contrattacchi.

A quel punto, un orrendo assassinio innalza una spirale di tensione. Il 22 aprile dello stesso anno, un gruppo di combattenti dell’”FLP” (Fronte di Liberazione Palestinese) affiliato al PLO, raggiunge in gommone la spiaggia di Nahariya, città israeliana a sei miglia a Sud del confine con il Libano. Uno dei quattro componenti è Samir Kuntar, 16enne. Dopo aver tentato di fare irruzione in una casa ed essere stato scacciato a colpi di armi da fuoco, e dopo avere ucciso un poliziotto che aveva tentato di arrestarli, i quattro palestinesi entrano in casa di una famiglia e prendono in ostaggio Danny Haran e sua figlia Einat, di 4 anni.

Li trascinano in spiaggia, dove erano già dispiegati soldati e polizia e inizia uno scontro a fuoco: Kuntar uccide Danny sparandogli e poi fracassa il cranio della piccola Einat con il calcio del fucile, uccidendola. La moglie di Danny, Smadar,  nascostasi in cantina con la figlia di due anni, Yael, tappa con la mano la bocca della bambina per impedirle di gridare e farle scoprire. Nel panico, la soffoca.

In seguito alle atrocità di Nahariya, Raful Eitan, generale dell’esercito israeliano, dà al comandante regionale Avigdor Ben-Gal un semplice ordine: “Ammazzali tutti”, intendendo tutti i membri del PLO e chiunque fosse legato all’organizzazione in Libano. Con la raccomandazione di Eitan, Ben-Gal nomina a capo della campagna del Sud del Libano quello che considerava il massimo esperto dell’IDF per le operazioni speciali, Meir Dagan. I tre mettono insieme il “Fronte per la Liberazione del Libano dagli Stranieri”. Questa operazione viene quasi interamente svolta senza che il resto dell’esercito, il ministro della difesa, le agenzie di intelligence  o il governo avessero dato l’autorizzazione o ne fossero a conoscenza.

Fra il 1979 e l’inizio del 1983, quando si scioglie, il “Fronte” uccide centinaia di  persone.

David Agmon, che era a capo del personale del Comando Settentrionale dell’IDF, uno dei pochi a conoscenza dell’operazione segreta di Dagan riferisce: ”L’obiettivo era quello di seminare il caos tra palestinesi e siriani in Libano, senza lasciare tracce dell’intervento israeliano, per farli sentire costantemente sotto attacco e instillare in loro un senso di insicurezza”. Per farlo, Dagan e i suoi reclutarono alcuni libanesi: drusi, cristiani e musulmani sciiti che non sopportavano i palestinesi e li volevano mandare fuori dal Libano.

Il 5 agosto del 1981, il primo ministro Menachem Begin nomina Ariel Sharon ministro della difesa di Israele. Begin, eroe del movimento clandestino nell’epoca precedente alla nascita di Israele, aveva una profonda ammirazione per l’ex generale, che chiamava “glorioso comandante degli eserciti”, pur  preoccupato per la riluttanza di Sharon ad accettare l’autorità dei superiori.

L’operazione “Olimpia” prevede che gli agenti israeliani piazzino un’enorme quantità di bombe sotto il palco VIP in allestimento in uno stadio di Beirut ove il 1° gennaio 1982, il PLO avrebbe celebrato l’anniversario della sua prima operazione contro Israele. Premendo un bottone, sarebbero riusciti a uccidere  l’intera leadership palestinese.

E’ tutto pronto subito, comprese le potenti cariche esplosive nascoste sotto il palco e tre autobombe parcheggiate nelle vie adiacenti allo stadio e che avrebbero dovuto saltare in aria circa un minuto dopo le esplosioni sul palco, quando il panico sarebbe stato al massimo e i sopravvissuti alla prima esplosione avrebbero tentato di abbandonare la scena.

Insomma, gli israeliani attendevano un livello di morte e devastazione “di dimensioni mai viste, anche per il Libano” dichiara un alto ufficiale del Comando Settentrionale. Ma un gruppo di funzionari dell’AMAN e il ministro della difesa vanno a chiedere a Begin di ordinare a Dagan di annullare l’operazione. Un agente ricorda di aver detto a Begin: “Non puoi far fuori l’intero stadio. Tutto il mondo ce l’avrà con noi”. Begin ferma l’operazione.

4.Prosegue la “macchina” di Israele

Nello stesso anno 1982, Sharon lavora a un piano molto più ambizioso. Il 6 giugno, l’esercito israeliano fa irruzione in Libano attraversando il confine. Un esercito di 76 mila uomini e 1.500 mezzi corazzati avanza a Nord e, in due settimane, dà il via a un assedio terrificante e al bombardamento dei quartieri occidentali di Beirut.

Sharon presenta la guerra come una “modesta incursione”, volta solo a eliminare l’artiglieria del PLO che minaccia gli israeliani, ma, di fatto, aveva una visione molto più radicale: le forze israeliane avrebbero conquistato il Libano ed espulso i palestinesi verso la Giordania, dove sarebbero stati una maggioranza in grado di creare uno Stato al posto del regno Hashemita. Secondo Sharon, questo avrebbe indebolito la pretesa palestinese di uno Stato in Cisgiordania, che sarebbe quindi diventata parte di Israele. In questo quadro fantasioso c’era anche un altro elemento cruciale: uccidere Yasser Arafat.

Sharon era convinto che, in una guerra contro l’organizzazione terrorista, i simboli fossero importanti quanto la conta dei morti.

Per questo viene creata una squadra speciale, nome in codice “Salt Fish” (Pesce Salato). Sharon nomina supervisori i suoi due esperti in operazioni speciali, Dagan e Rafi Eitan (che era consulente del ministro della difesa per l’Antiterrorismo). Dagan ritiene che “colpire lui avrebbe cambiato il corso della storia… Arafat non è solo un leader palestinese, ma una sorta di padre fondatore della nazione palestinese. Uccidere lui avrebbe fatto esplodere gran parte dei conflitti interni al PLO e ne avrebbe ostacolato la capacità di prendere una qualsiasi decisione strategica”.

Il tenente colonnello Uzi Dayan, comandante uscente del Sayeret Matkal, l’unità di commando di élite dell’esercito israeliano, assume il comando di Salt Fish. L’AMAN intercetta le conversazioni telefoniche e Beirut e cerca di tracciare gli spostamenti di Arafat. La modalità di attacco privilegiata sarebbe stata un raid aereo. “Era una missione difficile”, dichiara Dayan. “Dovevamo raccogliere le informazioni da varie fonti per capire quale edificio o rifugio fosse quello giusto, localizzarlo sulla mappa, stringere il campo alle coordinate esatte e trasmettere all’aviazione, dando abbastanza tempo per far decollare un caccia e bombardare”.

Arafat capisce che non è una coincidenza quel cadere di bombe su luoghi in cui stava per entrare o che aveva appena lasciato, e inizia a modificare le sue abitudini. La squadra, sempre più disperata, escogita piani sempre più provocatori.

(continua)

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