PALESTINA. LA STORIA POCO CONOSCIUTA DELLA FAMIGLIA HUSSEINI, custode della chiave della Basilica del Santo Sepolcro.

PALESTINA. LA STORIA POCO CONOSCIUTA DELLA FAMIGLIA HUSSEINI, custode della chiave della Basilica del Santo Sepolcro.

Il Custode delle chiavi del Santo Sepolcro

Il Custode della chiave del Santo Sepolcro

La storia interessante di una Famiglia palestinese, gli Husseini, custodi della chiave della Basilica del Santo Sepolcro, che iniziarono la rivolta palestinese negli Anni ’30.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

    1. La storia sconosciuta degli inizi del conflitto israelo-palestinese.

I dati sotto riportati sono dello scrivente (che ha conosciuto la famiglia Husseini negli anni ’80) e in parte attentamente riprodotti da “Il Manifesto”.

Nel 1187, Saladino affida alla famiglia Husseini la chiave che apre da 9 secoli la Basilica del Sacro Sepolcro, ricostruita nel 1128 dopo la distruzione ordinata dal Califfo al-Hakim.E’ così che ogni mattina a Gerusalemme Aden Jawad Joudeh al-Husseini, con la chiave di metallo di 20 centimetri, apre la Basilica del Sacro Sepolcro.

Saladino scelse dei musulmani per impedire che la Basilica venisse vandalizzata, dando vita a un legame unico sulla terra che da millenni è culla delle tre religioni monoteiste.

“Custode delle chiavi della Basilica del Sacro Sepolcro”, è il titolo tramandato per innumerevoli generazioni dagli Husseini e di cui oggi si pregia Adeeb, che ogni mattina alle 4 apre e ogni sera chiude, rispettando un’identica cerimonia a cui assistono a rotazione i rappresentanti delle chiese del Sepolcro, cattolica, greca ortodossa, armena, siriaca, etiope, copta: lui gira la chiave, loro tirano il portone verso l’interno.

A spingerlo dall’esterno è – dall’anno 637 – il membro di un’altra famiglia gerusalimita, i Nuseibeh. A loro per primi fu affidata la custodia della Basilica del Califfo Omar, nel XVII secolo, quando arrivò nella Città Santa e avviò l’islamizzazione della Palestina. I Nuseibeh si convertirono, fatto che interessò quasi l’intera popolazione palestinese, in molti casi in risposta all’occupazione dei crociati, già allora intrisi di un’ideologia “suprematista”, di gerarchizzazione tra cristiani, noi e loro.

Gli Husseini si stabilirono a Gerusalemme nei secoli successivi e da allora custodiscono una chiave, specchio di una storia familiare antica, intrecciata a quella della Palestina: hanno attraversato da protagonisti gli eventi che hanno trasformato, esaltato, devastato il Paese. Sullo sfondo una rivendicazione significativa nel mondo islamico, la discendenza da Husayin ibn Alì, il figlio di Alì, che fu genero di Maometto e quarto Califfo, considerato dallo sciismo successore del Profeta.

  1. Gli Husseini

Politici, religiosi, intellettuali, proprietari terrieri, gli Husseini sono stati la spina dorsale dello sviluppo palestinese, economico e culturale. Alta e media borghesia, guida spirituale e politica, casa madre dei più importanti personaggi locali: un potere figlio della capacità di adattarsi alle diverse autorità impiantate in Palestina (di quella ottomana, il clan fu la spalla burocratica e politica).

Raggiungendo i più alti livelli della gestione amministrativa, occupando i vertici del sistema religioso, stabilendo una rete clientelare con matrimoni combinati in tutta la Palestina storica, acquistando terreni, gli Husseini si sono presentati alle soglie del Novecento con in mano un’altra preziosa chiave: quella nel nascente nazionalismo palestinese.

Se sotto l’impero ottomano la famiglia si appoggia a quel potere “transnazionale” opponendosi ai Giovani Turchi di Ataturk, con il crollo della Sublime Porta e l’inizio del mandato britannico, l’approccio cambia: gli Husseini diventano colonna del neonato movimento nazionale palestinese, precedente al 1948, organizzando partiti e unità armate contro l’esercito britannico prima e i paramilitari sionisti dopo.

La “palestinizzazione” della politica nei grandi centri, Haifa, Jaffa, Acri, Gerusalemme (città dove nel secolo precedente erano nati quotidiani, teatri, organizzazioni femminili, radio e il primo sentimento nazionale) condusse nel primo Novecento allo spostamento da un’identità araba a un’identità più marcatamente palestinese, reazione all’arrivo dei primi migranti ebrei e alla consegna britannica di terre al movimento sionista. Identico percorso per gli Husseini: se nei secoli precedenti avevano fondato la loro legittimità politica, economica e religiosa su caratteri islamici e arabi, con la consegna della Palestina a Londra e la consapevolezza del pericolo insito nel progetto sionista, il clan si ‘palestinizza’. E va a occupare ruoli chiave nel movimento di resistenza: Musa è il sindaco di Gerusalemme tra il 1910 e il 1920; dopo il padre Mohammed Tahir, Kamil è Gran Mufti della Città Santa fino al 1921, seguito dal poco più che ventenne Amin, fondatore del Supremo Consiglio Arabo, originaria forma di resistenza organizzata all’occupazione britannica.

    3. Inizia la prima rivolta.

Musa e Amin sono tra i leader dell’insurrezione del ’36/’39, quattro anni di scioperi, disobbedienza civile, lotta armata che coinvolse migliaia di contadini, operai, intellettuali contro milizie sioniste ed esercito britannico.

La rivolta porta alla condanna del Mufti Amin al-Husseini, la sua fuga in Libano e la messa al bando del Supremo Consiglio Arabo, ispiratore dei sei mesi di “sciopero delle arance”.

La repressione è durissima: i britannici uccidono 5 mila persone, ne arrestano decine di migliaia e decapitano la leadership nazionale palestinese che si presenta così all’appuntamento tragico del 1948 priva di forza.

Gli Husseini si riorganizzano: nel 1947 Abd al-Qadir,(figlio del sindaco Musa) fonda l’ Esercito della Guerra santa, indipendente da quello messo in piedi (malamente) dai Paesi arabi in risposta al piano ONU di partizione della Palestina in due Stati. L’8 aprile 1948 Abd al-Qadir muore in battaglia.

Un mese dopo, il 14 maggio, la leadership sionista dichiara la nascita di Israele. La Nakba (la catastrofe palestinese) investe anche la famiglia Husseini, dispersa nel mondo arabo, in Giordania e nel Golfo.

Una parte resta a Gerusalemme, dove permangono due simboli della grandezza passata: la chiave di una Basilica e l’Orient House, fondato da Musa nel 1897, quartier generale dell’agenzia UNWRA per i rifugiati nei primi anni dopo la Nakba e trasformata nella seconda fase del nazionalismo palestinese (dal 1967) nella sede della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO) nei primi anni ’80.

Due decenni dopo, un altro Husseini, Faisal, era sepolto avvolto nella bandiera palestinese sulla Spianata delle Moschee: figlio di Abd al-Qadir, nipote di Amin, è stato per anni il “sindaco” palestinese di Gerusalemme occupata.

L’attuale livello dei palestinesi si può comprendere in questo: il 24 marzo corrente, in vista della Pasqua ebraica, la polizia israeliana – coadiuvata dall’aviazione e da “volontari”, per un totale di 2.300 uomini – lancia una vasta campagna di arresti di lavoratori palestinesi illegali. Nell’arco di tre giorni, ne sono stati arrestati 468.

Decine i luoghi di lavoro perquisiti, fermati anche 32 datori di lavoro e caporali. “L’operazione continuerà fino a quando sarà necessario” dichiara il portavoce della Polizia israeliana, Micky Rosenfeld.

Secondo organizzazioni locali, sarebbero circa 50 mila i palestinesi che lavorano illegalmente in Israele, privati dei diritti basilari, sottopagati o non pagati affatto, dopo settimane di lavoro, e oggetto di vessazioni e abusi.

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Si chiude la porta del Santo Sepolcro...

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