IRAN: ATTIVITA’ INTERNAZIONALE E OSTRACISMO USA

IRAN: ATTIVITA’ INTERNAZIONALE E OSTRACISMO USA

Mohammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano

Mohammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano

Alla presente Assemblea delle Nazioni Unite, la situazione è molto difficile.  Non solo esiste il problema del nucleare iraniano ma forse quello ancora più pericoloso della Corea del Nord. L’Iran cerca di consolidare la sua posizione egemonica in Medio Oriente e persino cerca di addivenire a un accordo con il suo più odiato e pericoloso nemico, il Saudita. La politica internazionale si sta muovendo…come? In certe regioni si cerca un comune accordo che porti benessere economico e supremazia politica. Il surriscaldarsi del quadrante asiatico potrà forse migliorare la posizione USA nei confronti dell’Iran? Vedremo quel che deciderà al proposito l’imprevedibile Presidente degli States.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

Un mese fa, il 24 agosto Doha annuncia il ritorno in Iran dell’ambasciatore un anno e mezzo dopo il ritiro a seguito della crisi esplosa per l’esecuzione a Riyadh del leader religioso sciita al-Nimr.

La decisione segue al sostegno commerciale – apertura dello spazio aereo e invio via mare di derrate alimentari fornito dalla Repubblica islamica al Qatar dopo la chiusura dei confini terrestri imposto dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (CCG) – e alle attività congiunte di sviluppo del South Pars, ricchissimo giacimento sottomarino di gas naturale.

Teheran plaude al ritorno dell’ambasciatore e annuncia l’ampliamento della cooperazione energetica anche con l’Iraq, Paese i cui leader sciiti stanno facendo la fila alla corte dei Saud, padroni dell’Arabia Saudita, e segna un punto anche in campo saudita, secondo le dichiarazioni del ministro degli esteri, Zarif: “Dopo il pellegrinaggio alla Mecca ((Haji) i due Paesi potrebbero scambiarsi visite ufficiali.. sono stati rilasciati visti da entrambe le parti per effettuare il viaggio….l’Iran ha sempre voluto avere buone relazioni con i vicini”.

L’Iran trae profitto della vincente strategia in Siria, dell’accordo sul nucleare che sta portando contratti miliardari con compagnie straniere e della veste di mediatore che il presidente Rouhani ha portato.

Ora Teheran è rivolta alla Turchia su una questione che accomuna due Paesi dall’antica rivalità radicata da secoli di guerre tra imperi persiano e ottomano: la questione curda.

A prospettare un’operazione Ankara/ Teheran in Iraq contro il PKK e le sue filiali siriane – Ypeg, e iraniana, PjaK – è stato lo stesso presidente turco Erdogan il 21 agosto dichiarando: ”Un’azione comune contro gruppi terroristici è sempre in agenda”.

Subito arriva la smentita delle Guardie Rivoluzionarie, ma in realtà la possibilità è affatto remota: una cooperazione militare frutto di un incontro storico (la prima visita, il 15 agosto scorso di un Capo di Stato Maggiore iraniano ad Ankara, dal 1979) e del riavvicinamento di Astana (Kurdistan), con intesa siglata da Turchia, Iran e Russia per le zone di de-escalation in Siria.

Non poteva mancare l’ostracismo del presidente americano, Donald Trump, da sempre ostile all’Iran per compiacere Israele. Il presidente preme sull’intelligence affinché produca in qualche modo prove a sostegno delle violazioni dell’accordo sul nucleare del 2015 da parte di Teheran.

Lo rivela il quotidiano britannico “The Guardian” che scrive “Un’eventuale denuncia dell’accordo potrebbe portare a una nuova corsa al nucleare, peraltro già innescata dalle tensioni fra Washinton e Pyongyang”.

In merito, l’ex analista della CIA ed ex portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ned Prince, dichiara : “Ho la sensazione di avere già visto questo film del deja vu”, con chiaro riferimento a quanto accaduto con la guerra in Iraq nel 2003 e con le false prove sulla presenza di armi di distruzione di massa.

David Cohen, ex vice-direttore della CIA, definisce “sconcertante” il fatto che Trump sia già giunto a tale conclusione senza che l’intelligence abbia fornito alcuna prova al riguardo.

Eppure Washington ha fino a ieri ammesso che Teheran ha rispettato gli impegni assunti firmando l’accordo sul nucleare.

Che sta accadendo?

“Dietro le quinte c’è una grande macchina che sta gonfiando rapporti, aggiornamenti e controlli per l’amministrazione e il Congresso”, accusa Richard Nephew, uno dei negoziatori per la Casa Bianca dell’accordo, ora alla scuola di relazioni internazionali della Columbia University.

“I servizi segreti hanno imparato bene la lezione dell’Iraq”, prosegue Nephew, “Sono quasi certo che gli analisti che conosco si dimetteranno e che lo diranno ad alta voce prima di permettere che le loro parole siano distorte e trasformate in modo simile a quanto accaduto in Iraq”.

L’amministrazione americana sta esercitando una pressione anche sull’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (AIEA) perché richieda ispezioni nei siti militari in Iran. L’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite si è recata in visita alla sede dall’Agenzia a Vienna per fare pressioni.

Ma in questo caso, c’è un consenso generale dell’intelligence statunitense e straniera, del dipartimento di Stato americano, dell’ AIEA e dei cinque paesi firmatari dell’accordo, inclusa l’UE, sulla mancanza di prove di qualsiasi presunta violazione dell’intesa. Nell’ipotesi di una forzatura della presidenza USA nel dichiarare violato l’accordo sul nucleare iraniano, l’intesa con Teheran e con gli altri Paesi firmatari potrebbe procedere senza la partecipazione di Washington.

Una decisione che approfondirebbe la crepa tra Europa e l’amministrazione Trump.

E’ lo scenario previsto da David Cohen: “Di fatto, Washington non sarà sostenuta dal resto della comunità internazionale, né dai suoi alleati in Europa, certamente non dai russi né dai cinesi nel tentativo di ristabilire una vera pressione sugli iraniani”.

Intanto l’Iran opera da mediatore con gli altri sciiti e invia a Baghdad funzionari di alto livello come l’Ayatollah Hashemi, Shahroud e Mosen Rezai, che incontrano i leader dell’Alleanza Nazionale, tra i quali Ammer al-Hakim, che dichiara la volontà irachena di agire da ponte nella regione tra le varie fazioni presenti, sottolineando il necessario riavvicinamento con il Golfo. I funzionari iraniani incontrano anche il premier iracheno, Haydar al-Abadi, e il leader religioso Muqtada al Sadr, il vice presidente Nuri al-Maliki e alcuni leader delle Forze di Mobilitazione Popolari.

Shahroud conduce il dialogo con forze sciite in questa fase: nato in Iraq da una famiglia di origine iraniana, è stato uno dei primi fondatori del Partito Islamico Dawa, ad oggi guidato da Nuri al Maliki. All’inizio degli anni ’80 è stato capo del Consiglio Supremo Islamico, nonché appartenente alla sfera religiosa presso gli uffici di Najaf e Karbala.

Fermare le divisioni alle quali l’alleanza sciita è sottoposta è stato il primo obiettivo della visita. Non è stato escluso il dialogo con le autorità religiose e le forze politiche influenti, così come con i leader della Mobilitazione Popolare.

Rezai, da parte sua, avverte che il referendum kurdo sulla secessione porterà inevitabilmente a una divisione dell’Iraq che si estenderà in Siria e Turchia, provocando guerre che minano la sicurezza della regione, eventualità a cui l’Iran si oppone. Rezai aggiunge: l’insistenza dei leader curdi è dovuta a due ragioni: la prima, legata a motivi personali, e l’altra, è inerente al fatto che dietro il sipario vi sono le mire di altri attori attivi in tale scenario politico.

I funzionari iracheni dicono che l’ambiente positivo che ha portato al miglioramento della sicurezza e all’espulsione di Daesh dalla maggior parte dei territori occupati nel 2014 è stato accompagnato dal contesto politico positivo del governo iracheno e sostenuto da forze religiose sciite comandate dal capo supremo Alì a- Sistani (quetista) e al Sadr.

Queste forze informano l’Iran che se vuole unirsi con l’Alleanza Nazionale sciita, deve allentare la pressione esercitata sul governo e favorire l’apertura nei rapporti fra Iraq e Golfo, che deve essere considerato come un’opzione strategica a tutti gli effetti e non diretta contro l’Iran stesso.

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L'Ayatollah Hashemi

L’Ayatollah Hashemi

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