SI PREPARA UN’ALTRA GUERRA: USA CONTRO UNIFIL? 2.

SI PREPARA UN’ALTRA GUERRA: USA CONTRO UNIFIL? 2.

 Mohammed Dahlan

Mohammed Dahlan

La seconda parte di un interessante articolo che rivive la storia dei rapporti israelo-palestinesi e la politica dei Paesi arabi al riguardo.

Il primo articolo è stato pubblicato il 6 settembre:

www.osservatorioanalitico.com/?p=7966

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

  1. La posizione del mondo arabo

I Paesi arabi in realtà interpretavano due ruoli contraddittori, secondo Ghassan Kanafani, palestinese, esperto delle rivolte sin da quella del 1936 – 1939. Da un lato, il movimento delle masse arabe fungeva da catalizzatore per lo spirito rivoluzionario delle masse palestinesi, tessendo con queste un rapporto dialettico d’influenza reciproca. Dall’altro lato, i regimi egemoni in quei Paesi arabi facevano tutto ciò che era in loro potere per minare quel movimento.

In sostanza, le classi dirigenti sostenevano sempre l’imperialismo britannico contro i palestinesi. I legami con i poteri coloniali di allora e con il loro prodotto, Israele, hanno avuto un impatto distruttivo già prima della Nakba del 1948. I movimenti sociali e politici, d’estrazione borghese, operaia o contadina, cercarono di contrastare l’immigrazione ebraica e le azioni delle prime unità paramilitari sioniste ma vennero ostacolate dalla mancanza di un’organizzazione unitaria interna e anche dalle pressioni compiute dai Paesi arabi che vedevano nelle prime forme di resistenza un pericolo per la tenuta dei regimi.

Già da allora è rintracciabile l’intesa fra sionismo, imperialismo britannico e interessi arabi. Un’unione che continua attraverso le diverse epoche storiche fino ai nostri giorni e che è stata caratterizzata dalla prevalenza degli interessi economici e strategici su quelli della liberazione. Se i governi e i regimi arabi hanno sempre sventolato la bandiera palestinese coma facile slogan per le masse, nelle stanze di potere il movimento di liberazione è stato costantemente tradito. Lo è stato nel 1948 e negli anni immediatamente successivi, fino alla presa di coscienza della leadership palestinese che decise con l’ “Organizzazione per la Liberazione della Palestina” (OLP) di appropriarsi della guida del movimento. E tradimento è stato anche nel 1967 e dopo, con i primi trattati di pace siglati con Israele – Egitto e Giordania – e con quelli occulti con le petrol-monarchie del Golfo e della Turchia.

Oggi, Israele è parte, anche se invisibile, di quell’asse sunnita guidato da Riyadh e Ankara, con i quali intrattiene rapporti stabili sia nell’ambito della cooperazione di sicurezza che in quello economico, oltre alla comune opposizione al ruolo dell’Iran, con l’ombrello degli USA a fare da più alta protezione.

Il furioso attacco militare giordano contro il movimento palestinese nel settembre 1970 provocò un danno che nei decenni successivi continuò a ostacolare la lotta palestinese. L’Egitto fu scelto in un secondo momento in danno dei palestinesi: con mezzi non militari, Camp David (1978) inflisse al nazionalismo palestinese più danni dei precedenti attacchi. Camp David non solo assicurò la scomparsa dell’Egitto dalla scena strategica araba ma consentì a Israele di eludere le proprie responsabilità giuridiche nei confronti del popolo palestinese e di liberarsi dell’impegno del ritiro dai territori palestinesi, siriani e libanesi.

E’ questo un rapporto che Washington gestisce con sapienza presentandosi come attore super partes, arbitro imparziale, quando in realtà ha sempre svolto il ruolo di cobelligerante. Fin dal momento in cui, nel secondo dopoguerra, gli USA si sono sostituiti a Francia e Gran Bretagna nelle regioni, colmando il vuoto lasciato dalle precedenti colonizzazioni e creando una rete di alleanze nuove, fondate sul comune interesse anti-comunista.

  1. La scomparsa dell’ “ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” (URSS)

L’interesse che ha coinvolto alcuni Paesi della regione in esame muta all’indomani del crollo dell’URSS, in chiave anti-Iran, che sin dalla vittoria contro lo Scià era stato sottoposto alla guerra su indicata. Sotto gli USA e Israele- provato amico fedele americano – arrivano subito le potenze arabe Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Turchia. A partire dal “Patto di Baghdad”: firmato nel 1955 ad Ankara da Turchia, Iraq, Iran e Pakistan e noto come CENTO, è un accordo di difesa reciproca anti-comunista caldeggiato dalla Gran Bretagna – che ne è membro – e dagli Stati Uniti che vi prendono parte con comitati militari; il Patto è precedente all’occupazione del 1967, con l’allora presidente Truman.

La dottrina che guiderà gli anni a venire è la divisione del mondo arabo in Stati neutrali, filo-occidentali e nemici. Stati che cambieranno nel tempo: l’Egitto di Nasser, allora nemico, diventerà fra i primi partner USA con Sadat prima e Mubarak dopo; poi, l’Iran della rivoluzione khomeinista sarà bollato come “Stato canaglia”, dopo aver servito gli interessi statunitensi sotto lo Scià, ma mantenendo un’identica struttura. Alleanze arabe che ruotano interno all’alleato privilegiato, Israele, e che ridimensionano la portata della questione palestinese.

Saranno la Guerra del Golfo e l’ ”uomo più pericoloso del mondo”, Saddam Hussein, a cementare, all’indomani del crollo dell’URSS, i regimi arabi intorno a Israele e al nuovo imperialismo americano. Non a caso, di lì a poco la leadership palestinese in esilio si siede al tavolo di Oslo, provata dall’isolamento regionale e globale e dalla fine del multilateralismo militare diplomatico: “Nel nuovo assetto mondiale il contenimento aveva perso la sua logica originale come risposta alla sfida sovietica. Gli interventi in quella regione non potevano più essere spiegati in termini di aggressione sovietica o di insurrezioni sostenute dai sovietici. La retorica anti-comunista aveva sempre mascherato il vero nemico dei piani egemonici americani: il nazionalismo del terzo mondo e la rivoluzione sociale”.

La natura autoritaria dei regimi arabi, le necessità strategiche dell’alleanza con gli USA, il confronto con l‘asse sciita (Hezb’Allah, Siria – Iran) sono stati il brodo di cultura delle relazioni intessute dai governi sunniti con Israele, sotto l’ombrello della Lega Araba, monopolio saudita. Gli incontri segreti tra autorità israeliane e saudite si registrano da tempo e la pesante sconfitta di Hamas dopo il “margine protettivo” lo dimostra: durante i due mesi di operazione militare, Egitto e Arabia Saudita boicottarono le proposte del movimento islamista per una tregua di lunga durata, costringendolo poi ad accettare un cessate il fuoco fine se stesso – svuotato dalle richieste palestinesi – alla fine di agosto con Gaza devastata dalla guerra. Basta tornare indietro di pochi anni per ritrovare il piano di pace presentato nel 2002 a Beirut e poi nel 2007 dalla Lega Araba: noto come “iniziativa Saudita”, riproponeva il vecchio mantra della pace in cambio della terra, ovvero il ritiro dai territori occupati in cambio della normalizzazione ufficiale delle relazioni con il Medio Oriente.

Oggi, quella normalizzazione torna sul tavolo immaginato dal nuovo presidente USA, Trump, che ha pubblicamente parlato di una cooperazione diretta con i regimi arabi amici per individuare la migliore soluzione alla questione palestinese, mentre quegli stessi regimi si riorganizzano intorno all’idea di una NATO araba anti-Iran. Più chiaramente, una soluzione dalla cui definizione i palestinesi siano tagliati fuori o almeno buona parte di loro: con Hamas che vive un pericoloso isolamento imposto da Riyadh e Cairo, le cancellerie arabe lavorano per plasmare la nuova leadership palestinese nell’inevitabile corsa alla poltrona oggi occupata dall’83 enne Abu Mazen. A emergere è Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah a Gaza, uomo delle petromonarchie che ne ospitano l’esilio e ne fanno crescere il consenso in patria con generose donazioni, leader apprezzato dagli USA con i quali avrebbe ordito il golpe contro Hamas dopo le elezioni del 2006.

A legare insieme i presunti avversari non è solo una normalizzazione che permetta di offrire libertà e di risolvere una questione destabilizzante (in primis la presenza di milioni di rifugiati apolidi, eccezion fatta per il caso giordano), ma anche la comune guerra all’Iran degli Ayatollah, che nonostante decenni di embargo ha saputo ergersi a potenza economica e politica nell’area.

E poi c’è un terzo elemento, da non sottovalutare: l’energia. Coinvolti, intorno alla scoperta del bacino marino Leviatano, un giacimento di cinquecento-trentotto miliardi di metri cubi di gas lungo la costa israeliana, sono Turchia e Giordania. I due Paesi hanno già siglato accordi miliardari con Tel Aviv. Con Ankara, Israele ha stipulato un contratto di due miliardi e mezzo di dollari per la costruzione di un gasdotto lungo 470   km , che possa trasportare verso l’Europa 16 miliardi di metri cubi di Gas l’anno entro il 2020. Con Amman, l’accordo passa per due compagnie private, la statunitense Nobel Energy e l’israeliana Delek Group per la vendita di 45 milioni di metri cubi di gas in 15 anni alla monarchia hashemita che pagherà 10 miliardi di dollari e il 3 marzo 2017 sono cominciate le operazioni di esportazione dal giacimento Tamar alla Giordania. E’ invece fallito l’accordo con l’Egitto, dopo la scoperta, nel 2014, dell’enorme giacimento sottomarino a Zohr.

E la Palestina resta dietro.

Il primo articolo è stato pubblicato 6 settembre: 

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Abu Mazen (Mahmoud Abbas)

Abu Mazen (Mahmoud Abbas)

 

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