IRAQ E SIRIA NELLA STRATEGIA DEL ‘CAOS COSTRUTTIVO’.

IRAQ E SIRIA NELLA STRATEGIA DEL ‘CAOS COSTRUTTIVO’.

mappa_medio_oriente_fisicaLa teoria USA del caos costruttivo….al momento però è solo distruzione e una situazione in Medio Oriente che è obiettivamente difficile seguire. Complicata, difficile, pericolosa come mai lo era stata dalla fine del secondo conflitto mondiale. L’articolo che segue, scritto da chi conosce bene quei territori e quegli attori, cerca di fare il punto della situazione a…oggi! Domani è un altro giorno.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

Premessa

Il ciclo delle guerre degli USA dopo l’11 settembre 2001 inizia a ottobre dello stesso anno con l’invasione dell’Afghanistan per l’ospitalità offerta a Osama bin Laden, ritenuto la mente della strage alle torri gemelle, e proseguirà negli anni a venire.

Seguono altre guerre fra le quali quella anglo-americana contro l’Iraq nel marzo 2003, con le false accuse del possesso di armi di distruzione di massa e dell’appoggio al terrorismo, e quella in Siria promossa dalla coalizione degli “Amici della Siria” su iniziativa franco-britannica-statunitense con l’accusa al regime dell’uso sproporzionato dell’esercito contro manifestanti disarmati, accompagnate da sanzioni e supporto non solo logistico all’opposizione.

Iraq e Siria costituiscono esempi della strategia del “caos costruttivo”, più volte menzionata anche per la Libia.

La situazione in Iraq

Arrivato alla vigilia del 17° anno di guerra, l’Iraq si trova a combattere anche un altro nemico, la Turchia, che, in meno di un anno, posiziona artiglieria pesante, 25 carri armati e 250 soldati nella base irachena Nord-Occidentale di Bashiqa, con la scusa di addestrare i peshmerga curdi in chiave anti Daesh per l’imminente attacco a Mosul – presumibilmente in ottobre – ma in realtà per distruggere il “Partito dei Lavoratori Curdi” (PKK), rifugiati sulle montagne di Qandil.

Nonostante la convocazione dell’ambasciatore di Ankara e la richiesta d’intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Turchia replica il modus operandi adottato nel Nord della Siria con il pretesto della lotta al terrorismo mentre l’obiettivo è di spezzare l’unità curda di Rojava.

Nel silenzio di Stati Uniti e Consiglio di Sicurezza (C.d.S.), protestano le Unità di Mobilitazione Popolare, sciiti, che militarmente combattono e sconfiggono Daesh insieme agli sciiti delle brigate Badr, Asaib Ahl al-Haq ed Hezb’Allah iracheno e minacciano di attaccare i militari turchi se intervenissero a Mosul, dove la notte del 6 ottobre scorso militanti di Daesh esplodono 4 – 6 razzi nei pressi della strategica diga che controlla la maggior parte delle risorse idriche ed energetiche del Paese.

La Turchia non demorde nonostante le forze governative irachene avanzino verso Ninawa e le organizzazioni umanitarie si preparino ad affrontare un flusso migratorio stimato in oltre un milione di persone.

Di fatto, Ankara non è interessata a salvaguardare la popolazione di Mosul, ma vuole essere presente alla sconfitta di Daesh e condividere con USA e Arabia Saudita la divisione in chiave settaria dell’Iraq: una regione kurda, una sunnita e una sciita.

Come era previsto sin dall’attacco anglo-americano a Baghdad.

La situazione in Siria.

Mentre l’esercito governativo e i combattenti sciiti alleati attaccano parte dei quartieri Nord-orientali e si avvicinano ad Aleppo, Daesh e i gruppi jihadisti di supporto restano a Est da dove, nascosti fra i civili, colpiscono i quartieri Ovest parzialmente ripresi dai governativi.

Dopo il fallimento delle tregue più volte annunciate e mentre il ministro degli esteri russo Lavrov e il segretario di Stato Kerry discutono su una nuova possibile tregua umanitaria, sul terreno la realtà narra una situazione diversa.

I qaedisti di Jabhat Fatah al-Sham non intendono lasciare l’area Nord per realizzarvi un Califfato con la capitale Aleppo e mantenere le forze Nord a Idlib, che controllano quasi totalmente. Lo scopo delle milizie parastatali è un altro.

I gruppi sciiti iraniani, iracheni, libanesi e afghani obbediscono all’Iran, che da anni li finanzia e addestra per limitare la minaccia wahabita saudita e consolidare la “mezzaluna sciita” (Iran, Iraq, Siria, Hezb’Allah libanese).

In Siria, i più attivi sono le milizie sciite irachene, 4 mila dei 10 mila stranieri che sostengono Assad e – dopo aver liberato in 2 anni di lotta anti Daish in Iraq Tikrit, Ramadi e Fallujah – in Siria continuano a combattere i miliziani del Califfato.

La Siria ha anche un altro problema, evidenziato lo scorso settembre dal parlamentare druso Akram Hasson (Kulenu), membro del governo israeliano. Nell’intervista resa il 12 settembre al canale 2 della televisione israeliana, Hasson dichiara che l’Esercito di Difesa Israeliano (Idf) è responsabile per quanto sta accadendo alla popolazione drusa sul lato siriano delle Alture del Golan perché bombarda le postazioni militari siriane permettendo a Jabath Fatah al-Sham di conquistare il territorio druso.

Hassan precisa che con il precedente ministro della difesa, Moshe Ya’alon, vi era un accordo secondo il quale il villaggio druso di Hader sarebbe rimasto sicuro se la popolazione non avesse partecipato agli scontri in atto.

Invece, con il nuovo ministro Liberman, Jabath Fatah al-Sham si è impossessato delle posizioni più importanti strategicamente, ha bloccato l’accesso a Damasco e isolato Hader massacrandone i residenti, nel silenzio di Israele.

L’intervista di Hasson cade il giorno dopo una manifestazione svolta a Majid al-Shams (Nord Israele) in cui 200 persone hanno chiesto di aiutare i loro “fratelli siriani”.

Heder, che è dall’altra parte del Monte Hermon, ospita 25 mila siriani ed è minacciato da tempo da Jabath Fath al-Sham che mira a conquistare l’intera Altura del Golan, parte della quale è stata annessa da Israele ne 1981, i violazione delle Risoluzioni ONU del 1967 e 1973.

I drusi israeliani temono da tempo che i loro correligionari di Hader possano essere trucidati dalle forze qaediste di Jabath al-Sham perché oltre a sostenere il presidente Bashar al-Assad, sono considerati eretici dagli estremisti sunniti.

Israele, peraltro, pur dichiarando di essere “neutrale” sugli eventi siriani, ne ha bombardato più volte il territorio sin da settembre 2007, quando un F 15 e un F 16 bombardano l’impianto di Al-Kabar nella zona desertica di Deir ez-Zor al confine con la Turchia sospettando che si trattasse di una centrale nucleare in costruzione da parte di tecnici nord coreani.

Attualmente i bombardamenti proseguono per colpire Hezb’Allah, esercito siriano, decine di militanti pro-Assad, eseguire “omicidi mirati”, tra i quali quelli contro Jihad Mugnieh e Samir Kuntar.

Israele ha inoltre curato centinaia di persone provenienti dalla Siria, tra cui molti “ribelli” dell’opposizione, e ospita spesso Kamal Labwani, un esponente dell’opposizione al regime damasceno, ricevendolo anche alla Knesset.

Nello stesso settembre, l’aviazione israeliana attacca postazioni dell’esercito siriano sul Golan dopo un colpo di mortaio esploso da imprecisate fazioni armate presenti in area, quarto bombardamento dal 4 settembre.

In risposta al raid, Damasco con i suoi jet avrebbero abbattuto un caccia israeliano e un drone lungo la frontiera.

Ruolo USA in Siria

Utili dettagli si traggono dal recente rapporto “Le Forze Speciali statunitensi sabotano le fallimentari Operazioni sotto copertura in Siria” ricevuto e sintetizzato da Alaistair Crooke, già consulente dell’alto ministro per la sicurezza europea, Xavier Solana, dell’inviato speciale dell’Unione Europea per il processo di pace israelo-palestinese negli anni 2000- 2005, e coordinatore dell’“European Informal Group” (EIG, nucleo formato da pochi funzionari dell’intelligence europea).  

Nel rapporto, un ex ‘Berretto Verde’ racconta che un ex ufficiale della CIA gli avrebbe rivelato che “il programma di operazioni segrete in Siria è una creatura del direttore della CIA, John Brennan… innamorato della folle idea di rovesciare il regime”.

In sostanza, il ‘Berretto Verde’ sostiene che le Forze Speciali Statunitensi, che stanno armando i gruppi anti-ISIS, rispondevano a un’Autorità Presidenziale, mentre la CIA… rispondeva a un’autorità separata e conduceva un programma distinto e parallelo per armare i ribelli.

Il rapporto dice che alla CIA non interessava combattere l’ISIS… “La CIA … era concentrata sul rovesciamento del regime di Assad, quindi ha scaricato il problema sul 5° reparto delle Forze Speciali, stanziato in Giordania e Turchia”.

Il rapporto spiega perché tutti i tentativi di imporre una tregua siano falliti e… per quale motivo alcune componenti dell’Amministrazione Statunitense (il segretario della difesa Aston e il direttore della CIA Brenner) abbiano disatteso la volontà del presidente Obama, emersa dall’accordo diplomatico raggiunto con la federazione Russa per il cessate il fuoco.

“Il Free Syrian Army” era, in apparenza, un ottimo alleato della CIA: contrario al regime damasceno ……….condivideva lo stesso obiettivo della CIA: la destituzione del presidente Assad. Ma in pratica,… distinguere fra FSA e al Nusra (precedente nome di Jabath Fatah al-Sham, ndr) è impossibile, perché si tratta in sostanza della stessa organizzazione. Già nel 2013, alcuni comandanti dell’FSA disertavano e si univano alle fila di al Nusra, insieme a interi reparti.

Mantenevano il nome di FSA solo per essere presentabili e dare una parvenza di laicità che garantisse loro l’acceso agli armamenti della CIA e dei servizi segreti Sauditi. La verità è che l’FSA è sostanzialmente una copertura per il movimento di Al Nursa, affiliato ad Al Qaeda”.

“Né deve sorprendere il fatto che l’FSA potesse trasferire ad al Nusra armamenti prodotti in America, perché il sistema di controllo della CIA sulle milizie siriane è molto blando e si basa solo sulla ricerca di indizi in vecchi database…E il 5° reparto delle Forze Speciali che opera in Turchia non ha un sistema migliore.. Si basava sul controllo di un database e su un controllo orale. I ribelli ….si lasciano sfuggire ogni tanto qualcosa “. Molti hanno dimostrato simpatie verso gruppi terroristici come al Nusra e ISIS.

“Armi e camion diretti in Turchia per i gruppi ribelli sostenuti dagli Stati Uniti sono rimasti in giacenza… per disaccordi tra le varie autorità; anche le autorizzazioni a procedere con l’addestramento erano rilasciate e ritirate a più riprese”. Un giorno era dato l’ordine di procedere, il giorno seguente di smettere, poi addestrare solo gli alti ufficiali. In alcuni Berretti Verdi si fa largo la convinzione che l’esitazione derivi dal fatto che la Casa Bianca è al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

“Almeno il 95% dei ribelli addestrati dalle Forze Speciali Statunitense e Turca erano membri o simpatizzanti di organizzazioni terroristiche” rivela un Berretto Verde che aggiunge.” La stragrande maggioranza ammetteva di non aver alcun tipo di riserva nei confronti dell’ISIS e che i nemici erano i Curdi e il regime siriano”.

La conclusione del rapporto è la seguente: “Dopo la sconfitta dell’ISIS inizierà la vera guerra. La componente di FAS, sostenuta dalla CIA, dichiarerà apertamente la sua appartenenza ad al-Nusra; al contrario, quella sostenuta dalle Forze Speciali (come il New Syrian Army) combatterà al fianco del regime di Assad. Le milizie della CIA si scontreranno contro quelle delle Forze Speciali”. E’ fin troppo chiaro: gli Stati Uniti hanno creato un “mostro” che non riuscirebbero a controllare neanche se lo volessero (Ashton e Brenner, comunque, non hanno alcun interesse a “controllarlo”, perché credono possa ancora rivelarsi utile)”.

Il professor Michael Brenner, che ha partecipato a una conferenza congiunta organizzata dal Dipartimento delle Sicurezza Interna e dall’intelligence, ha così sintetizzato gli obiettivi in Siria:

  • Arginare il ruolo della Russia;
  • Destituire Assad;
  • Marginalizzare e indebolire l’Iran, dividendo la Mezzaluna sciita;
  • Agevolare l’ascesa di un soggetto sunnita ad Anbar e nella Siria Orientale. Come impedire che cada sotto l’influenza di Al Qaeda? Bisogna sperare che i turchi “addomestichino” al Nusra;
  • Indebolire e lentamente frammentare l’ISIS. Un successo su questo fronte coprirebbe ogni altro fallimento agli occhi dell’opinione pubblica interna.

Nel dicembre 2014, al Nusra ha impiegato missili TOW statunitensi per colpire dalle diverse basi che occupa nella provincia di Idlib, un’altra forza anti-regime vicina alla CIA, chiamata “Fronte Rivoluzionario Siriano”. Attualmente, questa zona è di fatto un Califfato di al Nusra. Non sorprende che al-Nusra sia venuta in possesso di missili TOW dell’ormai defunto “Fronte Rivoluzionario Siriano” e sorprende ancora meno che le stesse armi fornite all’FSA siriano siano finite nella mani di al-Nusra, se si comprendono le dinamiche interne del conflitto siriano, con la lotta tra le diverse fazioni statunitensi che si concretizza nel sabotaggio attivo dei programmi da parte di molti militari, consapevoli del fatto che i presunti ribelli laici da addestrare sono i realtà terroristi di al-Nusra.

Com’è possibile, dunque, separare i “moderati” di al Nusra , come previsto dagli accordi per la cessazione delle ostilità firmati a febbraio e settembre 2016? Tutto il rapporto del Berretto Verde dimostra che è impossibile operare dei distinguo, perché si tratta “sostanzialmente della stessa organizzazione”.

I Russi hanno ragione: la CIA e il Dipartimento della Difesa non hanno mai avuto l’intenzione di rispettare l’accordo, perché non potevano farlo. E hanno ragione anche quando sostengono che gli USA non hanno alcuna volontà di sconfiggere al-Nusra, come previsto dalla Risoluzione 2268/2016 del Consiglio di Sicurezza dell’ ONU.

Come hanno fatto gli Stati Uniti a infilarsi in questo “cul de sac”, con il presidente che autorizza un accordo con la Federazione Russa e il segretario della Difesa che si rifiuta di rispettarlo? Un passaggio interessante del rapporto citato suggerisce che le “esitazioni” verso il programma di addestramento delle milizie ribelli siano nate proprio all’interno della Casa Bianca, forse al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

E’ la verità? Il presidente Obama davvero credeva nell’esistenza dei “moderati”? Oppure è stato convinto da qualcuno a portare avanti questa tesi per prendere tempo e consentire alla CIA di rifornire le forze dei ribelli? Secondo “IHS Janes”, la CIA ha fatto recapitare 3.000 tonnellate di armi e munizioni durante la tregua del febbraio 2016.

La tesi che vede Obama non completamente a conoscenza dei fatti è sostenuta da Yochi Dreazen e Séan Naylor (esperti redattori di “Foreign Policy” in materia di servizi e controterrorismo) che, nel maggio 2015, sottolineano come Obama abbia attaccato la CIA e le altre agenzie di intelligence in un’intervista rilasciata a fine 2014, in cui sostenne che la comunità nel suo insieme ha “sottovalutato” il ruolo del caos siriano nell’ascesa dello Stato Islamico.

Naylor descrive la posizione privilegiata della CIA nell’establishment americano citando Hank Crumpton, che ha lavorato a lungo nell’agenzia prima di diventare Coordinatore del controterrorismo per il Dipartimento di Stato. Crumton dichiara al “Foreign Policy” che quando “l’allora Direttore Tenet aveva dichiarato “guerra” ad Al Qaeda, nel 1998, il Segretario della Difesa non l’aveva seguito; il direttore dell’FBI o i funzionari dei servizi segreti non avevano questo ruolo predominante”.

Forse il punto è proprio questo: come Obama ebbe a dire profeticamente, “la CIA in genere ottiene quello che vuole”.

Forse è proprio così: Putin è stato demonizzato (e Trump infangato, di conseguenza); il “mostro” sunnita Al Qaeda, troppo forte per essere sconfitto e troppo debole per trionfare, è usato come un albatros da appendere al collo di Russia e Iran; gli Stati Europei saranno schiacciati dalle numerose ondate di rifugiati.

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