Transizione verso un nuovo equilibrio globale. Il mondo ‘contropolare’. 1.

Transizione verso un nuovo equilibrio globale. Il mondo ‘contropolare’. 1.

 

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Riflessioni a voce alta sul cambiamento non solo…climatico…del mondo globalizzato. Spunti di discussione. Un rapido percorso sugli avvenimenti in Medio Oriente degli ultimi quindici anni.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

Da tanti anni, ormai, il mondo non conosce più un equilibrio dell’ordine mondiale, che garantisca stabilità alla comunità degli Stati. All’epoca, che va sotto il nome di “Guerra fredda”, nella quale il confronto tra due superpotenze – USA e URSS – e i relativi alleati, aveva posto dei criteri per la regolazione dei rapporti interstatali, è seguito un periodo di semi-anarchia, in cui una sola potenza mondiale – gli Stati Uniti – ha avuto modo di dettare al resto del mondo le regole del proprio “gioco”. Nel corso degli ultimi mesi, sembra che qualcosa da questo punto di vista, stia iniziando a cambiare. Analizziamo, quindi, l’evoluzione della situazione dell’ordine mondiale, nei suoi vari passaggi epocali.

Il mondo bipolare (1947-1991) (1) era organizzato in base a due schieramenti contrapposti – gli Stati Uniti e il loro “blocco capitalistico”, l’Unione sovietica e il suo “blocco comunista” – che garantiscono un equilibrio mondiale relativamente stabile nelle relazioni internazionali. Vi erano, poi, i paesi che si richiamavano al cosiddetto “Movimento dei Non-Allineati”. (2).

Periodi critici ce ne sono stati; ad esempio: la “Guerra di Corea” (1953-56), la “crisi dei missili di Cuba” (1962), la “Guerra in Vietnam” (1961-1975), la guerra in Afghanistan (1979-89), la Strategic Defense Initiative reaganiana (1984-1993). Tutti questi momenti di frizione (diretta o indiretta) tra USA e URSS non facevano, però, che confermare l’equilibrio stesso tra i due blocchi. La guerra non apertamente guerreggiata, che prese il nome di “Guerra fredda”, “fu una guerra di messaggi, segnali, provocazioni e soprattutto di nervi”.(3)

Nel mondo “unipolare” (o anche “monopolare” – 1991- ) tutti gli attori minori, alleati (quasi a guisa di “vassalli statali”) del polo “imperiale” (Stati Uniti) dovevano accettare ogni interpretazione degli avvenimenti internazionali nella maniera definita dagli organi di informazione di massa dell’unico polo e da quelli dei paesi ad esso più vicini.

Nell’area dei Balcani, nel corso di tutti gli Anni Novanta hanno avuto luogo conflitti, che hanno profondamente modificato le dinamiche statali presenti in quello spazio geografico.

Innanzitutto, la Guerra in Jugoslavia (1991-1995), che ha portato all’annientamento di uno dei principali membri del “Movimento dei Non-Allineati”. In questa occasione i governi occidentali, invece, di cercare di favorire incontri tra le varie parti, per cercare di superare le discordie interne, salvaguardando l’integrazione statale, assecondarono lo sviluppo di nuove entità nazionali – Slovenia e Croazia, in primis – contribuendo indirettamente al conflitto, con la fornitura alle differenti parti in causa, di armi e munizioni prodotte in Occidente.

In seguito, si intensificò la tensione nella Provincia autonoma del Kosovo, parte della Serbia, portando ad un altro conflitto regionale, la Guerra del Kosovo (1996-1999), che si concluse con uno status di amministrazione di quella regione controllata e supervisionata dall’ONU, per finire il 17 febbraio 2008, quando la Provincia autonoma del Kosovo, si autoproclamò unilateralmente indipendente dal resto della Serbia, con una secessione di fatto, subito riconosciuta da buona parte della comunità internazionale, su impulso iniziale degli Stati Uniti e dell’Unione europea.

Due anni prima, nel maggio del 2006, con un referendum, il Montenegro, si era staccato anch’esso dalla Serbia, divenendo indipendente, per essere amministrato dalle stesse persone che controllano i traffici di sigarette e droga con l’Occidente, attraverso il Mar Adriatico.

Questo periodo di ordine mondiale con una sola potenza è stato caratterizzato anche dalle note “rivoluzioni colorate” del XXI Secolo, che hanno avuto l’effetto di indebolire ulteriormente l’influenza dell’ex-potenza sovietica su diversi Stati confinanti con quello spazio geografico occupato sino al 1991 dall’URSS, viciniori della Federazione Russa o, anche solo confinanti con paesi storicamente amici di questa, come la “sorella Serbia”.

Queste “rivoluzioni”, tanto celebrate dai mezzi d’informazione occidentali, sono spuntate come funghi, da un giorno all’altro. Dopo quella fallita del 2000, che ha interessato la Serbia, si è assistito ad un moltiplicarsi di questi eventi di dubbia genuina spontaneità nazionale: Georgia (Rivoluzione delle Rose, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, dicembre 2004 e gennaio 2005), Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005).

Al volgere del Millennio, una volta conclusi tutti questi “passaggi di mano” nei Balcani e nell’ex-area sovietica, l’America, potenza considerata “vincitrice della Guerra fredda”, si volse alla ricerca di quello che aveva perso con la disintegrazione dell’URSS: un avversario, che le consentisse di dare una motivazione planetaria alle proprie mosse strategiche, in attesa che la Cina prendesse il posto lasciato libero da Mosca.

L’occasione è stata fornita a Washington dagli attentati che l’11 settembre 2001 hanno colpito le “Torri Gemelle”, sede del “World Trade Center” di New York. Questo atto – che aveva avuto un precedente nell’agosto del 1998, quando ordigni esplosivi erano stati fatti detonare nelle sedi delle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania – è stato fin da subito qualificato dai massmedia mondiali come di matrice islamica. Contemporaneamente, venne individuata la rete responsabile della pianificazione di quel piano in “Al-Qaeda”, ‘fantomatica’ organizzazione terroristica internazionale. Avendo le fonti investigative americane preposte alle indagini, indicato come responsabili cittadini arabi, addestratisi in Afghanistan, questo pretesto dette adito a Washington di sferrare un attacco a quel paese.

La guerra in Afghanistan, iniziata nel 2001, con l’attacco americano al paese governato dai fondamentalisti islamici, noto come i “talebani”, non ancora conclusasi, se da un lato ha permesso di scacciare da Kabul quelle forze integraliste, dall’altro, con il passare degli anni, si è andata configurando sempre più come un’occupazione di quello Stato da parte delle forze armate occidentali, a guida statunitense. Questo non ha impedito ai talebani di mantenere il controllo di vaste zone di quel paese.

Due anni dopo, nel 2003, con il pretesto – poi rivelatosi destituito di qualsiasi fondamento – che il presidente iracheno Saddam Hussein detenesse armi di distruzione di massa e fosse in procinto di utilizzarle sui suoi vicini, Washington, insieme a Londra, decise di formare una “coalizione dei volenterosi” (coalition of the willing, questa la definizione ufficiale), per togliere di mezzo il “Rais di Baghdad”. La guerra in Iraq, conclusa nel 2011, portò alla caduta ed eliminazione fisica di Saddam Hussein e allo sconvolgimento dei rapporti politici interni all’Iraq, nel quale l’influente comunità sciita ebbe una crescente voce nella presa di decisioni governative. Nello stesso anno, la guerra civile scoppiata in Libia sfociò nella liquidazione di un altro leader arabo, Muhammar Gheddafi. Per quanto il suo governo non si potesse definire democratico, purtuttavia, Gheddafi costituiva un filtro all’accesso all’Europa della massa di rifugiati e diseredati del Terzo mondo africano, mediorientale e asiatico.

Nel frattempo, una sigla terroristica locale, “Al-Qaeda in Iraq”, ridenominata “Stato islamico dell’Iraq” e, quindi, con una terminologia occidentale dalla vaga aria antico-egizia, “ISIS” (Islamic State of Irak and Syria), ha preso sempre più controllo di buona parte dell’Iraq, della Libia e della Siria, venendo, nei fatti, a sostituirsi all’altra sigla “Al-Qaeda”. La forte resistenza armata mostrata sul campo dall’ISIS è arrivata ad un punto talmente elevato da costringere l’America ad un graduale disimpegno dalla regione mediorientale. Contemporaneamente, a fine settembre di quest’anno, facendo seguito a una richiesta da parte del pluridecennale alleato siriano, si è assistito a un maggiore coinvolgimento della Federazione Russa in Siria, con massicci attacchi aerei sui guerriglieri dell’ISIS e, molto probabilmente, sul cosiddetto “esercito moderato siriano”, verosimilmente di creazione non del tutto autoctona. Con l’entrata in azione della Russia, abbiamo una sorta di ufficializzazione del passaggio a un terzo ordine mondiale, il “mondo contropolare”.

(La seconda parte nei prossimi giorni)

 Note

1 – Come date convenzionali dell’inizio e della fine della “Guerra fredda si indicano: il 12 marzo 1947, quando il presidente americano Truman espose alle Camere del Parlamento americano riunite in seduta comune la “dottrina Truman”, che si proponeva di contrastare le mire espansioniste dell’avversario comunista nel mondo; l’8 dicembre 1991, data in cui i presidenti di Russia, Ucraina, e Bielorussia s’incontrano per firmare l’accordo, che dichiara dissolta l’Unione Sovietica e la sostituisce con la Comunità degli Stati Indipendenti.

2 – Movimento di paesi neutrali rispetto ai due blocchi imperanti. Tra i membri più attivi di questo movimento spiccavano Jugoslavia, India, Indonesia, Cuba e Repubblica Popolare Cinese. Questi paesi si erano espressi inizialmente al mondo, in occasione della Conferenza di Bandung (18-24 aprile 1955) e della Conferenza di Belgrado (1961), che diede forma al Movimento vero e proprio.

3 – Sergio Romano, Il declino dell’impero americano, Longanesi, Milano, 2014, p. 26.

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Un giovanissimo ma riconoscibile Vladimir Vladimirovitch Putin

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