YEMEN:  I POSSIBILI FUTURI SCENARI DI UN PAESE IN PERENNE STATO DI TENSIONE POLITICA E SOCIALE.

YEMEN: I POSSIBILI FUTURI SCENARI DI UN PAESE IN PERENNE STATO DI TENSIONE POLITICA E SOCIALE.

 

Si scrive poco sullo Yemen eppure è veramente il ‘tallone di Achille’ per l’Arabia Saudita e un focolaio di instabilità per quel settore regionale.

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini 

Dello Yemen si parla poco, molto poco, in proporzione alla gravità della situazione politica e sociale e alle possibili implicazioni che potrebbero riverberarsi nella regione.

Lo Yemen, cartina di tornasole delle molteplici contraddizioni mediorientali, è un paese che da anni vive in un perenne stato di tensione politica che prosciuga tutta l’energia necessaria per superare un’endemica crisi economica, per migliorare lo standard di vita di quel terzo della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e che non ha accesso all’acqua potabile, per diminuire una disoccupazione a doppie cifre.myemen

Una situazione economica e sociale a tinte fosche di un Paese che, comunque, non si può catalogare povero (issimo) grazie alla presenza di giacimenti di gas naturale, di minerali, di petrolio e (nei periodi di relativa calma) di turismo.

Frutto di un’unificazione territoriale avvenuta nel 1990 dopo un periodo di sanguinose guerre tribali, pur continuando a mantenere una rilevanza strategica per la sua posizione geografica, lo Yemen è divenuto il crocevia della pirateria, del contrabbando, della criminalità organizzata e del terrorismo.

La presenza di Al-Qaeda non è una novità, e nel corso degli ultimi anni si è evoluta e rafforzata, favorita anche dalla conformazione territoriale del Paese simile a quella della Somalia, in cui la struttura clanica e islamista esercita un ruolo importante, simile anche al Pakistan cui la stessa struttura clanica e islamista condiziona l’establishment politico-militare.

Yemen che rappresenta per l’Iran, grazie allo stretto di Bab el Mandeb, una porta naturale al Mar Rosso e al traffico petrolifero verso l’Europa.

Le relazioni tra lo Yemen, a maggioranza sunnita, e l’Iran shiita sono conflittuali anche, e soprattutto, per il prolungato sostegno iraniano ai guerriglieri separatisti sciiti zaiditi (una via di mezzo tra sciiti e sunniti) del gruppo al Houthi, che agiscono nella parte settentrionale del Paese.

Nonostante gli zaiditi sono a volte descritti e considerati come la ” Sunna degli schiiti” e, nello stesso tempo, la “la Shia dei sunniti”, in realtà, a legger bene il loro credo e le loro azioni, parrebbe esserci molta somiglianza con la manifestazione del credo sciita nella versione dell’Ayatollah Komeini.

Lo Yemen rappresenta invece il tallone d’Achille per la confinante Arabia Saudita.

E’ evidente la crescente preoccupazione dell’Arabia per il pericolo che le tensioni settarie nello Yemen facilmente possano essere esportate al di qua del confine, unitamente alle infiltrazioni di Al Qaida e al commercio illegale della droga.

Non per nulla l’Arabia Saudita si è affrettata a costruire un muro divisorio (l’ennesima barriera che divide il mondo tra i buoni e i cattivi) che, quando sarà completato, avrà una lunghezza di 1,800 km, dal Mar Rosso sino ad arrivare al confine con l’Oman.

La rivoluzione dell’11 febbraio 2001, che ha causato migliaia di vittime, ha avuto come unico risultato la creazione di due gruppi nettamente contrapposti, che trasversalmente tagliano il potere militare, tribale ed economico.

Da una parte il gruppo di potere con a capo l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, dall’altra il suo successore Abd Rabbuh Mansour al-Haidi e tutti coloro intenzionati a combattere il potere dell’ex presidente, oppositori politici e movimenti separatisti e autonomisti, in primis i ribelli al Houti.

Ali Abdullah Saleh

Ali Abdullah Saleh

Ali Abdullah Saleh, l’uomo forte che ha tenuto le redini dello Yemen per più di tre decadi e che con il classico divide et impera è riuscito a gestire a proprio favore le lotte tribali, continua a lavorare dietro le quinte, fomentando il caos attuale per travestirsi al momento opportuno da uomo d’ordine e salvatore della patria.

Tra l’altro, Saleh qualche settimana fa ha respinto le sanzioni imposte a suo carico da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per aver agito al fine di compromettere la pacificazione tra i ribelli.

Un caos che si prolunga dal 2011 che ha visto il fallimento anche della Commissione creata ad hoc per cercare di favorire il dialogo nazionale e aprire un tavolo negoziale con tutte le varie anime politiche, compresi i leader dei movimenti separatisti del sud e dei ribelli el Houthi del Nord.

Un caos degenerativo culminato coni violenti scontri tra opposte fazioni a Dammaj, ad Amran, ad al-Jawaf e Hajjah nel mese di luglio e nella capitale Sana’a alla fine di settembre u.s..

Bisogna tener presente che Sana’a è molto importante per gli el Houthi, considerata la capitale politica dello Stato degli imam sciiti zaiditi, in aggiunta a Saada, la capitale spirituale in cui si trova la moschea e la tomba dell’Imam el Hadi Yahya ibn el Hussein, fondatore della Hadawiah Zaydiah e primo Iman zaidita dello Yemen.

Alla sera dello stesso giorno in cui si sono verificati i violenti scontri a Sana’a, alla presenza del Presidente yemenita Abd Rabbuh Mansour al-Haidi e dell’inviato delle Nazioni Unite Jamal Benomar, è stato firmato un accordo per la pace e il partenariato nazionale.

Abd Rabbuh Mansour al-Haid

Abd Rabbuh Mansour al-Haid

Da pochi giorni lo Yemen si è dotato anche di un nuovo governo formato da 36 nuovi ministri, tra cui 4 donne; riuscirà il nuovo esecutivo a metter ordine, a far uscire il paese dalla palude e garantire il mantenimento dell’accordo di pace?

Il compito di riappacificare gli animi e di sopire gli slanci indipendentisti del sud è arduo, con la povertà, la crisi economica, la disoccupazione dilagante quale triste corollario di tutto ciò. Quali potrebbero essere i possibili futuri scenari? In primis, certamente, la continuazione di un tavolo politico yemenita volto a trovare una soluzione di compromesso il più possibile equilibrata senza concedere troppi vantaggi soprattutto agli al Houti.

Nello stesso tempo, sarebbe auspicabile che, a differenza di quanto avvenuto in passato, le figure del Presidente e del nuovo Primo Ministro non siano ridotte a pure e semplici comparse, a mere presenze formali. Tale prospettiva molto probabilmente sarebbe benedetta dall’Iran, ma osteggiata dai paesi del Golfo.

Un altro scenario, il peggiore, potrebbe vedere la trasposizione del “modello” somalo nello Yemen.

Prospettiva tragica giacché le attuali divisioni sul terreno, nel caso in cui si dovessero maggiormente incancrenire, potrebbe portare a una guerra civile dagli esiti disastrosi.

Un terzo scenario potrebbe contemplare un intervento di tutta la comunità internazionale al fine di esercitare una pressione non solo politica, ma anche economica, su tutte le componenti -nessuna esclusa- della variegata realtà yemenita. Ciò per cercare di avviare un processo di reale trasformazione politica senza spargimento di sangue.

Va da sé che la strada che imboccherà lo Yemen è strettamente legata al verificarsi di determinati fattori, interni, regionali e internazionali che, di fatto, ne condizioneranno il percorso.

Ciò anche nella considerazione che lo Yemen, suo malgrado, è diventato un’arena di conflitto in cui non sono solo in gioco interessi locali, ma anche regionali ed internazionali.

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