IRAQ: UNA LUNGA SCIA DI SANGUE E L’INCUBO DI UN NUOVO CALIFFATO

IRAQ: UNA LUNGA SCIA DI SANGUE E L’INCUBO DI UN NUOVO CALIFFATO

Il Califfato islamico potrà essere una realtà? Siria e Iraq: si combatte tra sciiti e sunniti, secondo una tradizione secolare. Si alleano contro l’Occidente ma quando l’Occidente si ritira, tornano le antiche lotte. 

Il Direttore scientifico: Maria Gabriella Pasqualini

Al Zawahiri

Al Zawahiri

Gli ultimi vent’anni di storia dell’Iraq[1], che prende il nome dall’antica città sumerica di Urua (che in aramaico antico significa “terra lungo le sponde della riva sud”), si possono tristemente riassumere in cinque parole: una continua striscia di sangue.

La violenza, purtroppo, sembra essere oramai un metodo accettato (subìto) dalla popolazione irachena per la risoluzione di tutte le controversie.

Violenza che, peraltro, ha caratterizzato il Paese ancor prima dell’ultimo ventennio, in particolare negli anni venti e trenta del secolo scorso con l’inizio della formazione dello Stato moderno dell’Iraq.

In Iraq tutti i cambiamenti politici si sono compiuti con la violenza, con la repressione, con l’assoggettamento della maggioranza della popolazione a vantaggio della minoranza: è il caso degli sciiti con Saddam Hussein.

Per secoli in Iraq la popolazione dello shī’ at Alī è vissuta nell’ombra rispetto a quella di credo sunnita; è sempre stata perseguitata a partire dagli Abbasidi, poi dalla Sublime Porta e infine dal regime dittatoriale di Saddam.

All’interno della variegata società irachena, la violenza prende sovente la forma della rappresaglia e le motivazioni da cui essa scaturisce sono varie: dalla spartizione del potere sociale ed economico, alla conservazione dei gruppi tribali, al mantenimento dell’onore della famiglia.

Scomporre le motivazioni che conducono alla violenza in Iraq è un’operazione complessa; altrettanto arduo cercare di contestualizzarle territorialmente.

In Iraq settentrionale la violenza è il risultato della presenza del nazionalismo curdo nella duplice veste del separatismo e del federalismo.

A Kirkuk, da sempre considerata città curda anche se il programma di “arabizzazione” imposto da Saddam Hussein ha visto crescere negli ultimi trent`anni la presenza araba, accadono di continuo scontri tra gruppi etnici per il controllo dei pozzi petroliferi strategicamente rilevanti.

Ciò che spaventa maggiormente però è l’avanzata di uno jihadismo violento e politicamente organizzato che, a due lustri dalla fine della guerra in Iraq, ha oramai il controllo di alcune città importanti del paese, tra cui Mosul.

Uno jihadismo che trova l’humus nell’Iraq meridionale e che si sta diffondendo a Tikrit, città natale di Saddm Hussein, a Falluja, ad Anbar, Ninawa, Baiji e Salah-a-din ed anche, seppur in misura minore, a Muthanna, Dhi Qar e Maysan.

Dopo due lustri dalla fine di una guerra per sconfiggere un sanguinario dittatore e i suoli legami con Al Qaeda di Bin Laden, ecco che emerge una pericolosa costola jihadista, le milizie dell’Isil, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Addaula islamiya fii Iraq ua Chaam.

In poco tempo questa formazione, che in origine apparteneva ad Al Qaeda ed era relegata ad avere un ruolo subalterno e marginale nelle province rurali di Anbar e nell’antica Ninive, oggi è totalmente indipendente e comandata da Abu Bakr el Baghdadi.

Abu-Bakr-al-Baghdadi, Al-Qaeda-Iraq-ISIS

Abu-Bakr-al-Baghdadi, Al-Qaeda-Iraq-ISIS

Una formazione che, sfruttando il vuoto di potere politico in Iraq, è divenuta in poco tempo un vero e proprio soggetto non solo politico ma anche militare, risvegliando gli antichi fantasmi della creazione di un emirato, di un califfato nelle province sunnite della Mesopotamia.

Un nuovo soggetto politico e militare ben visto da quella fetta di cittadini iracheni che mal sopportano il potere degli shiiti e l’indipendentismo curdo.

Il disegno di el Baghdadi è chiaro: realizzare un emirato islamico che unisca l’Iraq con la Siria e cacciare i rafida, i negazionisti (i musulmani sciiti) insieme a tutti i Kafr, infedeli (le altre minoranze religiose compresa quella cristiana).

Il risveglio di antichi fantasmi, del tentativo di trasformare la “Terra dei due Fiumi” e il Levante in un unico Paese della Jihad, uno Jihadistan, ha costretto il fallimentare governo di Nouri Kamil el Maliki a correre ai ripari e implementare le misure di sicurezza in tutto il Paese.

Un governo iracheno che, dopo la partenza degli americani, ha rafforzato il potere della parte sciita della popolazione a scapito di quella sunnita aumentando, di fatto, le tensioni e acuendo le disparità.

Un’avanzata e una crescita d’influenza di el Baghdadi che rappresentano un’ennesima sfida per un Iraq alle corde da un punto di vista sociale ed economico, per il Presidente el Maliki sempre più debole e isolato, per un esercito regolare iracheno che, sebbene addestrato ed equipaggiato dagli americani, non ha brillato nel mantenere il controllo del territorio.

Un esercito che conta più di 250 mila soldati ma che rispecchia, nella sua composizione, la spaccatura tra sunniti e sciiti insita nella società irachena, esasperata negli anni della guerra e aggravata dalle azioni dei nuovi governanti.

In questi ultimi tempi sono aumentate le diserzioni da parte dei militari sunniti che, evidentemente, non sono (più) disposti a “morire” per un Paese in cui si sentono emarginati e fortemente discriminati.

I militari sunniti sono stati rimpiazzati da nuove reclute sciite inesperte, determinando un calo dell’efficienza operativa delle quattordici divisioni che compongono un esercito che negli ultimi anni ha speso più di venti miliardi di dollari in materiale d’armamento moderno.

La crescita d’influenza di el Baghdadi è anche però una sfida diretta al successore di Bin Laden alla guida di Al Qaeda, Ayman Zawahri che aveva cercato di limitare, o almeno bilanciare, la crescita politica di el Baghdadi creando il Fronte an Nusra operante in Siria. Di fatto, ciò non è bastato, anzi l’avanzata di el Baghdadi può essere interpretata come una vera e propria sfida diretta alla leadershipdi Zawahri.

Ciò che può confortare gli occidentali, e tutti quelli che temono la creazione di un “nuovo” Stato islamico radicale da Baghdad sino a Beirut passando per Damasco, sta proprio nella difficoltà insita nello Jihadismo di realizzare un siffatto progetto a causa della lotta intestina tra le diverse anime e correnti, nonché dalla capacità di questi gruppi di catalizzare l’attenzione e mobilitare un’azione congiunta e unitaria di tutti coloro che li avversano.

E’ necessaria un’azione incisiva del governo centrale di Baghdad e dell’aiuto dei peschmerga kurdi che, peraltro, da anni assicurano una maggiore sicurezza nel nord del Paese. Un aiuto che sarà pagato “profumatamente” dal Governo centrale in termini di riscossione delle rendite petrolifere.

E potrebbe anche essere utile un passo indietro di Nouri al Maliki, la cui capacità di coagulare le diverse anime irachene è molto compromessa, per lasciare il posto alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale, equilibrato nella sua composizione

e che contenga shiiti, sunniti e curdi.

Sarà necessario anche l’aiuto dell’America che, di certo, dovrà evitare di commettere gli stessi errori compiuti anni fa. Un aiuto anche in termini militari con l’invio di materiale d’armamento di vario tipo, elicotteri, droni, missili, mitragliatori, fucili, granate e munizioni, non certo di militari con la bandiera a stelle e strisce.

Un occidente che dovrà implementare maggiormente la collaborazione con un alleato regionale prezioso come la Turchia, senza dimenticare l’Iran, lo Stato shiita per eccellenza che ha ottimi rapporti con Baghdad e che, soprattutto, mal sopporta, anzi non tollera, qualsiasi forma di estremismo sunnitaimages

[1] Tappe degli ultimi vent’anni di storia irachena:

  • 1990 (2 agosto) guerra del Golfo, invasione del Kuwait;
  • 1991 (gennaio) intervento alleanza internazionale guidata dagli americani;
  • 1991 (aprile) firma cessate il fuoco;
  • 1991 repressione dei curdi, no fly zone al nord ad opera di americani e inglesi;
  • 1992 imposizione di misure restrittive, disarmo UMSCOM e AIEA;
  • 1993 quarto rifiuto per l’accesso degli ispettori ONU;
  • 1994 embargo americano;
  • 1995 ris. ONU 986 oil for food;
  • 1995 plebiscito per Saddam Hussein;
  • 1995-2001 crescenti tensioni internazionali, attacco su Baghdad;
  • 2001-2003 guerra diplomatica, ris. ONU 1441;
  • 2003 (19 marzo) shok and awe;
  • 2003 (21 aprile) insediato il CPA Coalition Provisional Authority;
  • 2003 (1 maggio) fine della guerra e fine delle sanzioni;
  • 2003 (12 dicembre) cattura di Saddam Hussein;
  • 2004 ris.ONU 1546 per il passaggio della sovranità;
  • 2005 nuovo Parlamento e nuova Costituzione;
  • 2006 (8 giugno) nuovo Presidente Jalal Talabani e nuovo Primo Ministro Nouri Kamil el Maliki;
  • 2006-2014 periodo di transizione senza fine.

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