Società e politica in Mozambico dopo la guerra civile: stabilità, democrazia, pace

Società e politica in Mozambico dopo la guerra civile: stabilità, democrazia, pace

La letteratura che si occupa delle vicende politiche dell’Africa sub-sahariana (cfr. M. Bratton – N. van de Walle (2997), in particolare di quelle relative al periodo più intenso della sua democratizzazione (1990 – 1995) e agli esiti cui è pervenuta in seguito a tale processo, ha suddiviso gli Stati del subcontinente in quattro sottogruppi: i paesi a cui fu precluso il processo di transizione democratica; i paesi in cui la transizione fu bloccata; i paesi in cui la transizione fu attuata, ma accompagnata da gravi irregolarità; e i paesi in cui si è, effettivamente, attuata una vera e propria transizione democratica. Il Mozambico fa parte del quarto gruppo. Si tratta cioè di uno degli Stati in cui il processo di transizione democratica è considerato riuscito.

Preceduta da una guerra civile scoppiata nel 1977 (due anni dopo l’indipendenza dal Portogallo) fra il governo del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo) che era al governo e la Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), la transizione democratica mozambicana fu avviata a partire dal 1987, quando il governo abbandonò l’orientamento marxista-leninista ed adottò i Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS), finanziati dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali: il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM). La fase successiva fu caratterizzata dall’avvio, nell’agosto 1989, dei negoziati di pace con i ribelli della Renamo, negoziati che culminarono con la sottoscrizione degli Accordi Generali di Pace (AGP), a Roma, il 4 ottobre 1992. L’ultima fase del processo delle riforme fu l’inaugurazione del regime democratico che ebbe luogo nell’ottobre del 1994, con le prime elezioni multipartitiche. Da quel momento, le vicende politiche del Mozambico vengono valutate – a livello interno ed internazionale – in termini di consolidamento della pace e di sviluppo del modello democratico.

 

I. STABILITÀ POLITICA

Dalla sottoscrizione degli AGP di Roma nel 1992, ad oggi, sono passati 20 anni nel corso dei quali, soprattutto durante il primo decennio, il Mozambico ha “fatto scuola” a tutta la Regione sub-sahariana,sia in riferimento agli AGP,sia per la conseguente riconciliazione nazionale. In un continente caratterizzato da frammentazione politica e da molteplicità d’interessi occulti che minano alla base qualsiasi trattativa diplomatica – come storicamente dimostrano i ripetuti casi di violazioni degli accordi di pace in Somalia, in Liberia, in Ruanda, in Costa d’Avorio, in Angola e altrove –, il caso del Mozambico si è presentato come un’eccezione alla regola.

Ma come spiegare la stabilità degli AGP di Roma? Sono numerosi gli elementi a favore e li elencherò qui di seguito.

1. Già all’inizio della seconda metà degli anni Ottanta, in concomitanza con la fine della Guerra Fredda, il conflitto armato tra il Frelimo e la Renamo si presentava ormai insostenibile,aggravato ancora più dalla siccità che colpì il Paese fra il 1981 e il 1984. Le priorità della comunità internazionali che contavano – gli Stati Uniti e l’Unione Europea – erano tutte concentrate nel trovare una soluzione negoziata alla questione sudafricana, e in questo scenario la fine della guerra in Mozambico era un prerequisito.

Quando il primo presidente del Mozambico, Samora Machel, morì in un incidente aereo ancora non spiegato nell’ottobre del 1986,la Renamo aveva già ridotto il controllo dell’esercito governativo del Frelimo alle sole grandi città del Paese. Da parte sua, però, la Renamo sapeva di non essere in grado di dare il “colpo di grazia” e arrivare a conquistare il potere istituzionale. Per questo tanto per il partito al governo quanto per i ribelli la soluzione negoziata rimaneva come l’unica via d’uscita possibile.

2. Al di là degli aspetti strutturali e delle esigenze internazionali, le scelte individuali dei due leader, il presidente Joaquim Chissano e il capo dei ribelli Afonso Dhlakama,contribuirono sia al raggiungimento di una soluzione negoziata, sia, successivamente, al consolidamento della pace. Già durante la fase dei negoziati, per sbloccare la grave impasse in cui si vennero a trovare i negoziatori, Chissano e Dhlakama si incontrarono, segretamente, “tête a tête”, due volte: dal 4 al 7 agosto 1992 a Roma; e dal 18 al 19 settembre dello stesso anno a Gaberone, capitale del Botswana. Entrambi dovettero far fronte alla grande pressione esercitata dalle rispettive frange estreme: quella del Frelimo che non aveva mai accettato l’idea di dover negoziare con i “banditi armati” – così erano trattati dal governo i ribelli durante il periodo della guerra civile -, e quella intransigente della Renamo, che accusava Dhlakama di essere troppo condiscendente nei confronti dell’autoritarismo del Frelimo. Da presidente democraticamente eletto, Chissano incontrò diverse volte – soprattutto in seguito all’annuncio dei controversi risultati delle elezioni del 1999 – il presidente della Renamo nell’antico Club Militare (in Maputo) e, almeno una volta, in una delle aule del palazzo dell’Assemblea nazionale, per consolidare l’intesa attraverso una ricomposizione di ciò che la Renamo considerava violazione degli AGP.

3. Gli stessi combattenti di entrambi i gruppi belligeranti non avevano più voglia di combattere. Era una situazione abbastanza nuova ed insolita perché in alcuni paesi dell’Africa Nera, l’endemicità dei conflitti armati, come quello attualmente in corso nella regione di Kivu (nella Repubblica Democratica del Congo), quello della Liberia degli anni Novanta e quello dell’Angola degli anni Ottanta e Novanta, oltre che dai signori della guerra, era ed è voluta anche dai militari che utilizzano il conflitto per lo sfruttamento e la commercializzazione abusiva delle risorse presenti nelle regioni da essi occupate. Durante la guerra civile del Mozambico, in cambio, l’unica fonte sicura di sopravvivenza (non di arricchimento) per il soldati comuni sia governativi che ribelli era ciò che essi riuscivano a predare dalla popolazione. Finita la guerra – poiché durante i negoziati di Roma era stato accordato la formazione dell’esercito comune, composto da 30.000 unità, e la smobilitazione dei restanti ex-combattenti, accompagnata dall’attribuzione di un sussidio per il reinserimento sociale, elargito dall’Operazione delle Nazioni Unite in Mozambico (ONUMOZ) – la maggior parte dei guerriglieri, soprattutto quelli della Renamo, che durante la guerra erano stati rapiti e trasformati in seminatori di terrore nelle campagne, non volle in alcun modo far parte del nuovo esercito nazionale.

4. Nel corso dei sedici anni di guerra civile, le ragioni che erano state alla base della creazione di un movimento di ribellione erano state superate ed anche alcune delle successive ragioni che la Renamo via via affermava, furono superate con le riforme politiche ed economiche attuate dal governo del Frelimo e dalla revisione costituzionale del 1990. Pertanto, anche se negli anni Novanta la guerra continuava ad essere combattuta, essa era priva di senso.

5. L’altra ragione che spesso è invocata per spiegare la stabilità degli AGP di Roma è la forma stessa della mediazione messa in atto e il tipo di mediatori coinvolti. Nella politica moderna sono, quasi sempre, le potenze più rilevanti a livello internazionale o regionale a negoziare gli accordi di pace; ugualmente spesso sono sempre loro a comporre e a scomporre un conflitto. In questo caso, la mediazione è stata insolita, classificata da Butros Butros Ghali, come “formula italiana”: a negoziare gli Accordi di Pace per il Mozambico, infatti, è stata una comunità cristiana – la Comunità di Sant’Egidio – e in un antico Monastero benedettino, nel quartiere di Trastevere. Questi mediatori non avevano gli interessi tipici dei mediatori che rappresentano le potenze internazionali o regionali. Durante tutto il processo negoziale, infatti, non hanno mai parlato, ad esempio, di una possibile inchiesta sulle responsabilità dei crimini di guerra e sulla violazione dei diritti umani commessi da entrambe le parti – questione che si presentava scomoda ed imbarazzante sia per il governo del Frelimo che per i ribelli della Renamo. Lo slogan dei mediatori di pace per il Mozambico fu sempre quello di “concentrare la propria attenzione su ciò che unisce, piuttosto che su ciò che divide” (Della Rocca, 1994).

6. Per ultimo, la stabilità degli AGP per il Mozambico si può spiegare per la volontà e la determinatezza del popolo mozambicano di girare pagina nella propria storia e di chiudere la pagina precedente attraverso una riconciliazione reintegrativa, poiché dal modo come finiva la guerra dipendeva la speranza di una ricostruzione, soprattutto nelle campagne.

 

II. LA PARABOLA DELLA DEMOCRAZIA MOZAMBICANA

Mentre Huntington (1991) definisce un sistema politico democratico “quando le posizioni più importanti della decision-making vengono ricoperte grazie a elezioni regolari, corrette e periodiche, nelle quali i candidati possono competere liberamente e tutta la popolazione adulta detenga il diritto di voto,” Charles Tilly (2007) sostiene che “un regime è democratico nella misura in cui le relazioni politiche tra lo Stato e i suoi cittadini sono caratterizzate da una consultazione ampia, eguale, protetta e reciprocamente obbligatoria”. Le due definizioni si completano: infatti, la prima sottolinea l’aspetto formale, ossia il modo in cui i detentori del potere politico vengono selezionati; la seconda riguarda la democraticità da mettere in atto durante il mandato di coloro che sono stati democraticamente scelti.

Poiché la parabola della democratizzazione dello Stato mozambicano fu fin dall’origine connessa e avviata all’interno dei negoziati degli AGP sottoscritti a Roma, questi ne condizionarono maggiormente il processo. La prima tappa ebbe come protagonista principale Joaquim Chissano che nel 1986 – in seguito alla morte del suo predecessore, Samora Machel – divenne presidente del Frelimo e della Repubblica. Contro l’agenda “rappacificazionista”, senza né vincitori, né vinti, che il leader della ribellione, Afonso Dhlakama, intendeva far valere sul tavolo dei negoziati, Chissano e la delegazione del governo riuscirono a strappargli il riconoscimento dello Stato guidato dal Frelimo, la sua organizzazione e la sua legislazione. I negoziati, pertanto, vennero retti dalle norme stabilite dal Frelimo. In questa prospettiva anche il processo di transizione democratica – la formazione e registrazione dei partiti d’opposizione, la costituzione dei comitati nazionali per le elezioni e la composizione del primo parlamento democratico – fu sostanzialmente retto dalle norme della Costituzione del 1990, approvata unilateralmente dal parlamento del Frelimo, quando i negoziati erano già in corso (Cfr. R. M. Della Rocca, 1994). Secondo il quotidiano MediaFax n° 5156 del 19 ottobre 2012, Chissano avrebbe recentemente dichiarato (in un’intervista concessa alla Radio Moçambique) di essere stato lui in persona – per forzare gli Accordi – a concepire gli ultimi 3 Protocolli degli AGP e chiedere poi ai mediatori di farli arrivare a Dhlakama, come se fossero stati concepiti da loro.

Oltre ai netti vantaggi che il Frelimo aveva sulla Renamo di poter condurre il processo della democratizzazione attraverso le proprie istituzioni e le leggi da esso approvate, i due partiti armati – gli AGP prevedevano la trasformazione della Renamo, da un movimento armato ad un partito politico, prima della realizzazione delle prime elezioni multipartitiche – hanno, de facto, monopolizzato il processo di transizione democratica, in detrimento di altre forze politiche e movimenti sociali che esprimevano la varietà e la diversità del popolo mozambicano. Le disposizioni degli AGP del 1992 diedero vita ad una serie di Comitati misti incaricati di monitorare il processo elettorale durante il periodo fra la sottoscrizione degli AGP e la realizzazione delle prime elezioni multipartitiche fissate per l’ottobre del 1994. Oltre ai rappresentati della comunità internazionale, tali Comitati non integravano nessun altra forza politica al di fuori di quelle indicate dai due partiti firmatari degli AGP.

Agli altri partiti politici – costituiti da nuove/vecchie personalità politiche che erano stati ammessi/ri-ammessi nello scenario politico attraverso la bandiera dei nuovi partiti, dopo oltre una decina d’anni di monolitismo del Frelimo – fu solo riservata la possibilità di partecipare al processo attraverso una consultazione (non vincolante) sul progetto della legge elettorale, prima di essere sottoposta all’approvazione dell’Assemblea Nazionale (AN). E posteriormente furono attribuiti a questi partiti non armati, 3 dei 20 posti nel Comitato nazionale delle elezioni. Il fatto stesso che il Protocollo III degli AGP stabilisse l’instaurazione di una soglia per ottenere una rappresentanza parlamentare (da definire “in consultazione con tutti gli altri partiti politici”, fra 5 e 20 dei voti espressi a livello nazionale) spiega l’intenzione dei due partiti armati, soprattutto della Renamo che aveva proposto la soglia del 20%, di ridurre al massimo la possibilità che le altre forze politiche entrassero nello scenario politico del paese.

Il modello democratico che il Comitato misto e i vari Comitati elettorali designarono aveva, in realtà, una deficienza intrinseca: mancavano innanzitutto le disposizioni che regolassero gli impegni nel periodo post-elettorale e poi, oltre il controllo generale dell’apparato statale, gli AGP avevano lasciato sotto il potere del Frelimo il controllo totale del Ministero degli interni e i servizi di sicurezza. Tutto sommato, la Renamo, che era stata abile ad impedire la partecipazione delle altre forze politiche nel processo di transizione, non era stata capace di stabilire le garanzie per se stessa nel caso di difetti elettorali, come effettivamente si verificarono nelle tre elezioni realizzate. Il Comitato misto di sicurezza che fu creato nel periodo fra la sottoscrizione degli AGP e le prime elezioni decadde con la tenuta delle elezioni; non aveva, infatti, nessun ruolo esecutivo e l’integrazione degli elementi della Renamo all’interno dell’apparato di sicurezza non era stata prevista. Quindi, la polizia segreta ha continuato ad essere uno strumento di sottomissione nelle mani del partito Frelimo.

 

III. LA VITTORIA DEL PARTITO FRELIMO E L’AVVIO DEL RE-CONSOLIDAMENTO DELL’AUTORITARISMO NEOPATRIMONIALE

Nelle prime elezioni multipartitiche, tenutesi nell’ottobre del 1994, il Frelimo, oltre al vantaggio conferitogli dal fatto di avere sotto il proprio controllo l’apparato statale, essendo molto più organizzato, con alle spalle un’esperienza decennale di governo, recuperò il consenso che aveva perso durante gli ultimi anni del regime monopartitico e ottenne una vittoria di misura sulla Renamo; ciò gli permise di conseguire la maggioranza nell’AN e di fare eleggere il primo presidente democratico del paese: Joaaquim Chissano. La Renamo, nonostante fu complessivamente sconfitta, nelle elezioni generali del 1994, aveva ottenuto più del 50 % dei voti in 61 dei 142 Distretti (raggiungendo così il 35% di voti a livello nazionale) contro i 64 del Frelimo (corrispondenti al 54% di voti a livello nazionale). Attraverso il potere del voto, infatti, la Renamo era diventata portavoce dei segmenti delle popolazioni che facevano fatica a proteggersi da uno Stato paternalista-autoritario che si curava solo dei propri interessi.

In tale situazione, il gruppo parlamentare della maggioranza provocò un dibattito mirante alla modificazione della Costituzione del 1990 che, in riferimento alle politiche di decentramento, stabiliva la trasformazione degli antichi Distretti (Circoscrizioni) in Distretti municipali dotati di governi eletti a livello locale. La modifica restringeva da 142 a soli 33 le città e i Distretti aventi diritto al titolo di municipio. Contro il voto negativo della Renamo, la maggioranza parlamentare fece passare la legge e il Frelimo riuscì così a raggirare il pericolo di vedere metà dei governi amministrativi dominati dalla Renamo.

Negli anni successivi alle prime elezioni multipartitiche, nonostante il partito al governo avesse sfruttato il potere che gli concedeva il controllo esclusivo dell’apparato statale per garantirsi le condizioni istituzionali più favorevoli al suo mantenimento al potere, non si registrò un esplicito impegno verso il re-consolidamento dell’autoritarismo in forma di egemonia indiscussa. Ma, poiché nelle elezioni del 1999, Chissano vinse con uno scarto di solo il 4,6% di voti (52.3% contro 47.7% attribuiti a Dhlakama), e il Frelimo ottenne solo il 53.2% dei voti espressi (corrispondenti a 133 seggi dei 250 dell’AN), mentre la coalizione Renamo-Unione Elettorale aveva ottenuto 46,8% di voti (117 seggi nell’AN), l’idea che Dhlakama potesse essere il vincitore disturbò la leadership del Frelimo, soprattutto gli esponenti della linea radicale, e portò Dhlakama stesso a chiedere un nuovo conteggio dei voti.

Proprio questa possibile (ma “proibita”) vittoria di Dhakama, ha sottratto il Mozambico (fino ad oggi) dall’elenco degli Stati africani i cui presidenti democraticamente eletti, raggiunto il limite dei due mandati previsti dalle Costituzioni, hanno modificato le disposizioni costituzionali per cercare un terzo mandato. Quando effettivamente Chissano chiese ai propri sostenitori se doveva o no concorrere per un terzo mandato, questi glielo impedirono perche loro non avevano nessuna intenzione di sostenerlo. Pesava, infatti, sul presidente del Frelimo, (soprattutto da parte dei radicali del partito) l’accusa di essere stato troppo permissivo nei confronti delle esigenze sempre crescenti dell’opposizione e poco incisivo sulle dinamiche intese ad aumentare il controllo sul potere.

Di conseguenza, per le elezioni del 2004, il Comitato Centrale del Frelimo presentò Armando Guebuza, come candidato alle elezioni presidenziali. Riconosciuto dentro e fuori del partito per la sua radicalità, intransigenza e capacità organizzativa, quando fu confermato Segretario Generale del partito e candidato alla presidenza, Guebuza avviò subito una campagna di viaggi in tutti i Distretti del paese per rivitalizzare gli organismi di base del partito: cellule del partito e segretari di villaggi o di quartiere. La designazione di Guebuza a candidato presidenziale del partito segnò l’avvio di un vero e proprio riflusso democratico. La doppia strategia utilizzata da Guebuza durante la sua campagna elettorale – la riattivazione degli organismi di base del partito e il rafforzamento dell’influenza del partito nell’apparato statale – assicurò a lui e al Frelimo una vittoria significativa nelle elezioni presidenziali e legislative del 2004 (rispettivamente il 63% e il 62% di voti espressi nelle elezioni presidenziali e legislative); mentre per Dhlakama e la Renamo, con il 32% e il 30% di voti espressi, cominciò una caduta progressiva dallo scenario politico mozambicano.

Una volta in carica, Guebuza, intensificò il suo programma di “partitizzazione” dello Stato Mozambicano, attraverso il “tesseramento” di tutti gli impiegati pubblici, la campagna della cosiddetta “presidenza aperta” e le alleanze di tipo patrimoniale con i capi tradizionali di villaggi che, negli anni successivi all’indipendenza, erano stati perseguitati e incarcerati perché rappresentavano parte delle istituzioni retrograde ed oscurantiste, alleate e strumenti dell’imperialismo coloniale. Al posto loro erano stati istituiti i segretari di villaggi e di quartieri che rappresentavano il partito a livello del villaggio e facevano da ponte fra il popolo contadino e il partito. Durante la guerra civile, la Renamo, presentandosi come il difensore delle autorità tradizionali, del diritto di proprietà e della libertà religiosa, aveva costituito la propria base sociale a partire dalle alleanze fatte con questi stessi capi tradizionali di villaggi nelle regioni che aveva occupato. Ma, poiché i segretari di villaggi e dei quartieri, istituiti dal governo del Frelimo, non erano mai riusciti ad ottenere la legittimazione da parte dei popoli che dovevano governare, e questi ultimi continuavano a nutrire legami con i propri capi tradizionali, già negli anni Ottanta, con l’intensificazione della guerra civile e, in ragione della fragilità della struttura amministrativa statale (soprattutto nelle campagne), il governo cominciò ad affidare alle autorità tradizionali il ruolo della gestione dei conflitti domestici e d’interessi fra gli abitanti dei propri villaggi, oltre la sensibilizzazione delle stesse popolazioni nell’implementazione dei programmi del governo. Con la legge 3/94, il governo del Frelimo riconobbe formalmente il ruolo dei capi tradizionali dei villaggi, nel quadro delle riforme del decentramento, senza tuttavia, esautorare i segretari di villaggi e di quartieri, che erano tenuti a collaborare con le autorità tradizionali, sotto il comune nome di “leader comunitari”.

Quando nel 2009, per la terza volta, il popolo mozambicano fu invitato a recarsi alle urne per eleggere i propri rappresentati nell’AN e il capo dello Stato, tutti i vari ceti sociali – i funzionari pubblici, i magistrati, i capi tradizionali di villaggi, i contadini, i commercianti, le ONG nazionali, gli imprenditori privati e persino i venditori abusivi – avevano ormai capito che non ci sarebbe stato benessere, o futuro politico, sociale e professionale, per chi non avesse portato la “tessera rossa”. Infatti, dal IX Congresso del Frelimo, tenutosi nel novembre 2006, al X, svoltosi recentemente, dal 23 al 28 settembre 2012, gli iscritti al partito sono raddoppiati, passando da 1.788.400 nel 2006 agli attuali 3.511.796, su una popolazione di circa 24 milioni di abitanti. Oltre due milioni e 200 mila sono i giovani militanti tra i 18 e i 35 anni, mentre poco meno di due milioni tra i tesserati sono contadini.

Oltre all’apparato statale, anche le ONG che operano nel paese sono state spesso mobilitate dal Frelimo di Guebuza per fare la campagna a favore del partito. Infatti, tutte le volte che una ONG realizza un’opera sociale, costruisce una scuola, un ponte, un ospedale o qualsiasi progetto sociale, alla fine, ad inaugurare è sempre un alto dirigente del partito – di preferenza il presidente in persona o sua moglie -, presentando l’opera come risposta del partito Frelimo ai bisogni del popolo.

 

IV. LA MANCANZA DI UN PROGRAMMA POLITICO ALTERNATIVO E LA NON DEMOCRATICITÀ DELL’OPPOSIZIONE MOZAMBICANA

Ciò che fa funzionare il regime democratico, oltre all’osservanza delle regole e alla creazione delle istituzioni democratiche, è l’impegno dei partiti d’opposizione e della società civile a ridurre al minimo il potere dei governanti di turno, con proposte politiche alternative, proprio mentre costoro tendono a perpetuare il proprio governo e ad accrescere il proprio potere. La democrazia mozambicana, nata in un contesto di bipolarismo egemonico tra il Frelimo e la Renamo, manca di proposte politiche alternative e la Renamo non cerca la democrazia in sé, ma solo come pretesto attraverso cui sostituirsi al Frelimo. Infatti, ciò che cerca la Renamo è prendere il potere e non instaurare la democrazia. La Renamo non ha mai sviluppato un programma politico autonomo – distinto da quello del Frelimo – e alternativo. Tutte le volte che si presenta per un dibattito pubblico è solo per criticare il proprio avversario, spesso in modo inopportuno, come quando insiste ad accusare il governo del Frelimo di essere marxista-leninista.

In quanto movimento armato, fondato dai disertori delle file armate del Frelimo e dagli evasi dai “centri di rieducazione” (centri di concentramento per i prigionieri politici), e sostenuto dai governi segregazionisti della Rhosedia e del Sudafrica, per destabilizzare il governo del Mozambico (che da parte sua appoggiava i movimenti di lotta contro il governo segregazionista della Rhodesia e l’Apartheid in Sudafrica), la Renamo ha costruito il proprio “modus vivendi” sulla logica del ricatto. Attraverso il ricatto la Renamo otteneva dal regime rhodesiano e dall’Apartheid sudafricano il finanziamento e il sostegno per le proprie operazioni; attraverso il ricatto la Renamo si faceva anche accettare nei villaggi e regioni sotto il proprio controllo durante la guerra civile; con lo strumento del ricatto, durante il processo negoziale la Renamo riuscì a strappare dal governo del Frelimo il riconoscimento dello status di organizzazione politica – circoscrivendo così la possibile accusa di crimini di guerra e contro l’umanità; attraverso il ricatto, la Renamo riuscì a strappare dal Trust Fund e dai donatori internazionali i finanziamenti necessari per la propria sistemazione come partito politico e per la propria campagna elettorale.

Sullo sfondo di questa logica, dopo l’avvio del regime democratico, la Renamo riprodusse la logica del ricatto ed impostò la vita politica come se fosse un diverso proseguimento del vecchio conflitto militare. Infatti, tutte le volte che si ritrova in una situazione sfavorevole, minaccia di incendiare il paese e aspetta che il governo del Frelimo e gli investitori rinegozino e facciano, ancora una volta, certe concessioni a beneficio dei vertici o dei membri più influenti dell’organizzazione.

Nella propria incapacità a creare un meccanismo funzionale per monitorare le elezioni, la Renamo, nei periodi immediatamente prima delle elezioni, minaccia di non parteciparvi. Gli osservatori e la comunità dei donatori, per paura di trovarsi nella situazione di dover monitorare elezioni multipartitiche paradossalmente partecipate da un solo partito, tornano nuovamente a negoziare con Dhlakama e il suo partito, per non “rompere le uova nel paniere”. Dopo la pubblicazione dei risultati, per assicurarsi un ruolo di visibilità nello scenario politico nazionale e per evitare che il vincitore e l’elettorato possano pensare che l’incubo della Renamo è stato già superato, essa adduce che i risultati sono stati influenzati da frode praticata dal Frelimo, e ritorna sulla solita minaccia di organizzare una manifestazione finalizzata a far cadere il governo, per provocare così una nuova negoziazione in grado di riaffermare e consolidare la sua posizione di seconda forza politica nazionale.

Questa strategia, tuttavia, non è stata sempre vincente. Quando nell’ottobre dell’anno 2000 la Renamo organizzò una manifestazione a Motenpuez, nella provincia di Cabo Delgado, finalizzata a denunciare la frode nelle elezioni del 1999 e a contestare la decisione del Tribunale Supremo di convalidarle, respingendo così la campagna promossa dalla Renamo per un nuovo conteggio dei voti, il governo di Chissano rispose con la repressione armata e numerosi arresti, giustificando tale risposta con l’affermazione che quel corteo non era stato autorizzato poiché la richiesta dell’autorizzazione non era stata tempestiva. Il bilancio di una simile risposta governativa fu di almeno 100 morti, alcuni caduti sul campo, durante la repressione, mentre la maggioranza morì nelle carceri. L’obbligo di comunicare alle autorità civili e alla polizia locali l’intenzione di una manifestazione o riunione da realizzare in luoghi pubblici, è una disposizione che, in linea di principio, è volta a garantire la sicurezza dei manifestanti pacifici durante la manifestazione/riunione, ma spesso è stata utilizzata come mezzo per frenare le proteste con l’accusa che gli organizzatori non avevano informato le autorità sul loro scopo.

Nonostante Dhlakama si presenti come il paladino della democrazia mozambicana e nei propri discorsi pubblici cerchi sempre di fare credere che la ragione per cui ha sostenuto una guerra civile di 16 anni era per poter instaurare il regime democratico, il suo operato all’interno del partito dimostra di non essere democratico. Quando nel 1998 – in conseguenza della legge 9/96, che limitava i Distretti municipali dotati di organi legislativi ed esecutivi democraticamente eletti, a livello locale, a soli 33, abrogando così la legge 3/93 che prevedeva governi locali in tutto il territorio nazionale – furono organizzate le prime elezioni municipali, la presidenza della Renamo impose ai membri del proprio partito di astenersi, sostenendo (giustamente) che la limitazione a soli 33 Distretti municipali era intesa a colpire le regioni dove la Renamo era sicura di avere la maggioranza e pertanto di vincere. Nonostante la ragione dell’invito all’astensione nelle elezioni municipali del 1998 fosse plausibile, quella tuttavia non era l’unica né la più importante motivazione a spingere Dhlakama a tale imposizione. C’era soprattutto la paura, da parte del presidente della Renamo, che, in caso di vittoria, potessero emergere poteri e leader locali potenzialmente pericolosi per la sua leadership all’interno del partito. Il caso della città di Beira, dove il Sindaco minacciava di diventare più importante del presidente del partito, fu determinante sulla decisione di Dhlakama.

Questa tendenza autoritaria della presidenza della Renamo all’interno del proprio partito si manifestò in modo palese nelle elezioni legislative e presidenziali del 2004 e nelle elezioni municipali del 2008. Nel 2004, gli incessanti interventi della direzione centrale del partito nella scelta dei consigli direttivi provinciali e dei candidati al parlamento – tendente a privilegiare le personalità vicine al presidente, a detrimento dei militanti del partito – causò rancori, divisioni interne e reciproca sfiducia fra gli esponenti più importanti del partito. Quando nel 2008 i militanti del partito dovettero realizzare la votazione per designare i candidati alla presidenza del municipio di Beira, una “assemblea” riunita il 28 ottobre, cancellò dalla lista dei candidati il nome di Daviz Mbepo Simango, già Sindaco, sostituendolo con quello di Manuel Pereira, personaggio vicino al presidente. Questa mossa, oltre a provocare una vera e propria rivolta dei militanti e dell’elettorato della Renamo, provocò una scissione nel partito. Presentandosi da indipendente, il Sindaco di Beira rinnovò il proprio mandato e poi , insieme ad altri importanti quadri che lasciarono la Renamo – il capo del gruppo parlamentare, Maria Moreno, il porta-parola del Partito, Eduardo Nambureti, ed altri -, diede origine, nel marzo del 2009, al Movimento Democratico del Mozambico (MDM), che conquistò 8 seggi dei 250 dell’AN, diventando così la terza forza politica nello scacchiere mozambicano.

Da questa analisi della vicenda democratica mozambicana è evidente che i due partiti politici più importanti dello scenario politico mozambicano non s’impegnano a favore della democratizzazione delle regole ed istituzioni politiche del paese. Il partito al potere ha cercato e continua a utilizzare la democrazia per legittimare il proprio regime autoritario, clientelare, neopatrimoniale e corrotto, mentre la Renamo usa la bandiera della democrazia per l’auto-finanziamento e, nella misura del possibile, per arrivare al potere.

 

VI. LA SOCIETÀ CIVILE NELLA DEMOCRAZIA MOZAMBICANA

La partecipazione dei cittadini al processo politico, la loro capacità di influenzare l’elaborazione delle politiche pubbliche, l’apertura del governo alle richieste della popolazione e la trasparenza con cui il governo tratta gli affari pubblici sono indicatori della qualità della democrazia. Oltre alla forma più elementare di partecipazione politica, che è il voto libero e periodico per la scelta dei rappresentanti, un regime democratico dovrebbe fornire ai cittadini altre forme di partecipazione e coinvolgimento nel processo politico. Tale partecipazione dipende dalla libertà e dai diritti formalmente stabiliti dalla Costituzione, ma anche dalla capacità effettiva di attuarla.

Dopo l’indipendenza – per superare la difficoltà di scegliere una delle lingue fra le 21 più parlate ed elevarla a lingua nazionale – sull’esempio degli altri paesi dell’Africa Nera che arrivarono all’indipendenza prima, il Mozambico adottò il Portoghese come propria lingua ufficiale. La preferenza per il portoghese intendeva scongiurare reazioni di carattere etnico tribali. Purtroppo, però, tale scelta anziché unificare i 21 gruppi etnici in un solo popolo, diede origine al 22° gruppo etnico: i mozambicani parlanti la lingua portoghese. Questo “nuovo gruppo etnico” si ritenne “superiore” ai restanti 21 aggiungendo in questo modo conflitti e competizione per la sopravvivenza, mentre doveva invece eliminarli. La “nuova etnia” costituitasi intorno alla lingua ufficiale è composta dall’élite a livello nazionale, e monopolizza il paese a proprio beneficio: discute, approva e promulga le leggi che difendono solo interessi di parte.

Le élite di lingua portoghese, oltre allo strumento dei mezzi di comunicazione a cui hanno accesso, sono organizzati in gruppi professionali o d’interessi e fanno parte in qualche modo dell’apparato che fa funzionare il sistema – associazioni degli insegnanti, associazioni degli agenti sanitari, gli intellettuali, i gruppi sindacali, gli imprenditori, i commercianti, ecc – e quindi, o effettivamente trovano il modo di influenzare le scelte politiche attraverso i propri gruppi d’interesse ,o almeno si illudono di farlo. Gli abitanti delle periferie delle grandi città esercitano una certa pressione sul potere politico, ed influenzano le scelte politiche attraverso manifestazioni selvagge, come in occasione della prima rivolta nel febbraio del 2008, e successivamente nel settembre del 2010, in seguito agli aumenti delle tariffe dei mezzi pubblici. Le popolazioni rurali non hanno alcuna voce in capitolo e sono considerate e trattate dal governo – forse anche per il fatto che nella maggioranza non parlano la lingua ufficiale – allo stesso modo di prima delle riforme democratiche. In mancanza di una rappresentanza nei circuiti dove si discutono le leggi e si prendono le decisioni, attraverso i “leader comunitari” il governo si rivolge ai contadini per comunicare ciò che questi devono fare e come si devono comportare. Questa è la prassi del governo del Mozambico verso le popolazioni rurali, anche quando intende realizzare un progetto sul loro territorio, che le obbliga a spostarsi e a organizzarsi in altri spazi fisici.

 

VIII. I MEDIA NELLA DEMOCRATIZZAZIONE DEL MOZAMBICO

Nel periodo successivo all’indipendenza, tutti i media funzionavano come amplificatori delle dichiarazioni del partito al governo. La libertà d’espressione e di stampa sono apparsi, per la prima volta, come diritti inalienabili dei mozambicani, nella Costituzione del 1990, e poi confermati dalla Costituzione del 2004. Fu in questo contesto che la Mediacoop, una cooperativa di giornalisti indipendenti, lanciò le proprie pubblicazioni come alternativa ai media statali: nel 1992 fu creato un quotidiano distribuito via Fax, il Mediafax e nel 1994 fu lanciato il settimanale Savana a cui seguì una più estesa moltiplicazione dei media. Tuttavia, la liberalizzazione dei media non ha necessariamente portato a un’apertura dello spazio politico in grado di permettere la libera espressione dell’opinione pubblica. Infatti, lo spazio che dovrebbe essere del pubblico fu monopolizzato dalla classe politica ad uso dei partiti politici. I problemi nazionali trattati in questo spazio, sono affrontati non dalla prospettiva del pubblico, ma dei partiti e, la dialettica, che dovrebbe realizzarsi fra il pubblico e la classe politica, diventa invece un monologo fra i politici. Inoltre, la maggior parte della popolazione mozambicana (il 61,6%) vive nelle campagne, dove non arrivando l’energia elettrica, non arrivano neppure i mezzi audiovisivi e la stampa. Quindi, solo il 38,4% della popolazione urbana ha il privilegio di accedere ai mezzi di comunicazione che in cambio proliferano nelle città. Fra la popolazione urbana, l’indice di alfabetizzazione è cresciuto molto negli ultimi anni, tuttavia, è ancora grande la percentuale di coloro che usano la televisione solo per guardare il calcio o per altri programmi di intrattenimento; maggiore però è il numero di coloro che non possono sostenere i costi di un quotidiano.

In riferimento al controllo sui media, esercitato dal potere politico, se da un lato attraverso la disposizione costituzionale del 1990 le porte di accesso all’informazione e alla possibilità di formulare una propria opinione sono state aperte, dall’altro, l’uccisione, il 22 novembre 2000, nel centro della capitale, del giornalista Carlos Cardoso, che indagava sulla truffa di 14 milioni di dollari americani, legati alla privatizzazione della più grande banca del Mozambico, il Banco Comercial de Moçambique (BCM), è stato un avviso inequivocabile: il governo non tollerava una libertà d’espressione che mettesse a nudo la corruzione ad alto livello. Infatti, dopo questa uccisione, il giornalismo investigativo in Mozambico è morto. Coloro che ancora lo fanno, anche se con molta discrezione, rischiano: quando devono scrivere o parlare di un evento che coinvolge autorità governative, uomini d’affari e/o i membri delle loro famiglie, i giornalisti ricorrono all’anonimato delle fonti d’informazione usando espressioni del tipo “secondo fonti affidabili…”; “fonti vicine al presidente”; “fonti facenti parte della cerchia di….”,ecc. Il giornalismo investigativo è minato anche dalla crescente probabilità che i giornalisti incorrano in azioni giudiziarie che possono richiedere enormi somme di denaro per il risarcimento, oltre al fatto che il sistema giudiziario non è affidabile.

 

IX. IL FUTURO DEL REGIME DEMOCRATICO MOZAMBICANO

Il futuro della democrazia mozambicana è incerto. Nonostante le elezioni legislative, presidenziali e municipali si tengano regolarmente e tutto indica che continueranno a tenersi anche nel prossimo futuro, queste sono sempre meno libere e meno eque. La percezione sempre crescente che le elezioni siano utilizzate dalla classe dirigente in carica per legittimare il proprio potere non democratico, scoraggia i cittadini mozambicani dall’esercizio del loro diritto a votare. Infatti, nelle ultime elezioni legislative e presidenziali, quelle del 2009, in cui Guebuza vinse con 75,1% di voti e il Frelimo ottenne una maggioranza qualificata di più di due terzi (191 seggi dei 250), la percentuale delle astensioni fu di più del 50% degli aventi diritto.

Il valore che il partito al governo attribuisce agli Accordi di Roma, in quanto evento originario del regime democratico mozambicano, è solo di carattere storiografico. Piuttosto che impegnarsi a favore del consolidamento e del progresso della democrazia, il partito al governo si dedica sempre più ad affermare il proprio autoritarismo, quello del periodo pre-democratico, attraverso il recupero della repressione, il soffocamento del potere giudiziario, la partitizzazione dell’apparato statale, il rafforzamento della rete clientelare e il concentramento del potere economico nelle mani dei dirigenti politici.

Nel X° Congresso del Frelimo, tenutosi a Pemba, Cabo Delgado, nel settembre scorso, Guebuza si è presentato come unico candidato per la propria successione alla presidenza del partito, per essere eletto dal congresso. Per l’ufficio di segretario generale ha presentato il suo delfino, Filipe Paunde, anch’egli unico candidato per la propria successione. Questa mossa è stata interpretata da alcuni osservatori come un passo verso la modifica della Costituzione finalizzata a dare a Guebuza la possibilità di presentarsi come candidato per il terzo mandato, o comunque per gestire in prima persona la transizione e garantirsi il ruolo di “grande vecchio” sempre operativo dietro le quinte anche una volta lasciata la carica, proteggendo così i propri ingenti interessi economici.

Fino a pochi anni fa il governo mozambicano era quasi dipendente assoluto degli aiuti esterni occidentali. Negli ultimi anni, invece, grazie all’intensificazione dello sfruttamento del gas naturale nella provincia di Inhambane e del carbone minerale in Moatize,nella provincia di Tete, all’affitto della terra coltivabile agli agricoltori cinesi, brasiliani e bianchi-zimbabweani fuggiti dalla dittatura feroce di Mugabe, e alle recenti scoperte fatte dalla Compagnia italiana ENI e dalla canadese Anadarko Petroleum Corporation, di giacimenti di gas naturale nel bacino di Rovuma, con circa 752 trilioni di m3 disponibili per lo sfruttamento immediato, e 1600 trilioni di m3 di riserva, il governo mozambicano – totalmente gestito in modo non trasparente e quindi non democratico – potrebbe, in un futuro prossimo, ridurre radicalmente la dipendenza dello Stato dai finanziamenti dagli stati occidentali e, quindi, ridurre anche la pressione che l’occidente fa spesso sul governo per il rispetto delle regole democratiche e dell’accountability. Inoltre, anche la pace, ottenuta attraverso gli AGP firmati 20 anni fa, a Roma, fra il governo del Frelimo e i ribelli della Renamo è, attualmente, minacciata.

Dallo scorso 16 ottobre, il presidente della Renamo si trova di nuovo nel suo antico quartiere generale di Gorongosa, nella provincia di Sofala, insieme a più di 800 uomini e minaccia di distruggere il paese nel caso in cui il governo si rifiuti di venire incontro alle sue rivendicazioni. Ancora una volta, Dhlakama richiede un nuovo negoziato con il governo del Frelimo, inteso a promuovere la revisione della legge elettorale, l’osservazione degli AGP e il miglioramento delle condizioni della popolazione. Inoltre, in un’intervista concessa all’Agence France-Press (agenzia di stampa francese), il 13 novembre 2012, Dhlakama accusa il governo del Frelimo di appropriarsi di tutte le risorse del paese, accusa espressa in modo molto plastico con queste parole: “Tu (Guebuza) mangi bene, anche noi vogliamo mangiare bene”.

Poiché l’opinione pubblica riteneva che parte delle lamentele di Dhlakama fossero giustificate, il partito al governo fu costretto a costituir un comitato per ascoltare e “rinegoziare” la pace con il leader della Renamo. Stranamente, il comitato costituito dal governo era guidato da José Pacheco – l’uomo che nell’anno 2000, quando circa 100 simpatizzanti della Renamo trovarono la morte per asfissia nelle prigioni di Montepuez, era governatore della provincia di Cabo Delgado. Contrariamente a ciò che i cittadini s’aspettavano, Pacheco non fu allora giudicato per omicidio volontario o violazione dei diritti umani, fu piuttosto promosso al carico di Ministro d’Agricoltura. I negoziati da lui guidati sboccarono – naturalmente – in un fallimento poiché mentre i negoziati erano ancora in corso,i parlamentari del Frelimo e del MDM approvavano la legge elettorale e conseguentemente, alla fine del secondo turno dei negoziati tenutasi alla fine della prima metà di dicembre scorso, Pacheco dichiarava che il governo intendeva conformarsi alle decisioni dell’Assemblea Nazionale e la richiesta della Renamo di parità nella composizione e modalità di nomina dei membri costituenti il Comitato Nazionale di Elezioni (CNE) sarebbe stata presa in considerazione solo se fosse stata presentata all’interno del Parlamento.

Il futuro è incerto perché, mentre nel passato le minacce di Dhlakama non trovavano sostegno ed erano annullate anche dalla coesione del partito al governo, il crescente atteggiamento prepotente e clientelare del governo di Maputo ha, proporzionalmente, suscitato una crescente alienazione in molti strati giovanili e fra tutti gli emarginati dal sistema economico che oggi si dichiarano disponibili a sostenere la causa del leader ribelle. Inoltre, mentre nel passato le accuse di appropriarsi delle risorse nazionali erano rivolti al partito (cioè, a tutti i membri del partito), negli ultimi anni si parla invece molto della ricchezza personale del presidente, dei membri della sua famiglia e di quanti sono vicini a lui. Questo suscita una frattura anche all’interno del partito ed indebolisce la coesione necessaria per affrontare i conflitti che vengono dall’esterno.

 

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