Gene Sharp e la Cina

Gene Sharp e la Cina

Dicembre: tempo di conferimento dei premi Nobel. Tra i candidati al premio Nobel per la pace di quest’ anno vi era anche Gene Sharp, il teorico di quelle rivoluzioni non violente che a partire dal 2000 hanno rovesciato i regimi autoritari dalla Serbia alla Georgia, dal Libano alla Tunisia.

Chi è Gene Sharp? Sharp, classe 1928, già all’inizio degli anni Cinquanta sconta nove mesi di prigione per avere rifiutato l`arruolamento durante la guerra di Corea. Uscito dal carcere si trasferisce in Europa dove effettua ricerche sulla resistenza non violenta specialmente quella adottata in Norvegia durante l`occupazione tedesca.

Da questi studi nascono una serie di intuizioni: tra queste quella che lui ha battezzato il Jiu Jitsu politico. Nel Jiu Jitsu arte marziale viene usata la forza dell`avversario per sconfiggerlo. Nel Jiu Jitsu politico l`eccessivo uso della forza del regime lo fa cadere perché aliena i suoi stessi sostenitori che possono condividerne ancora i principi, ma non ne condividono i metodi brutali. Questo meccanismo avviene solo se la resistenza è non violenta: questo tipo di resistenza infatti attira molta più solidarietà dell`opposizione violenta.

 

Gene Sharp

Sharp continua a elaborare queste sue teorie dal punto di vista accademico fino al 1992 quando viene chiamato in Birmania, paese che dal 1961 veniva governato da una giunta militare. Diversi gruppi birmani organizzano una guerriglia contro il regime che dura da decenni, ma con pochi risultati.

Nel 1992 Sharp si reca in un campo di preparazione della resistenza birmana per aiutare gli oppositori del regime a trovare un sistema di lotta più efficace. Ed è così che Sharp trasforma le sue ricerche accademiche in un manuale divulgativo sulla resistenza non violenta, manuale, “From dictatorship to democracy”, che viene immediatamente tradotto in birmano e successivamente in molte altre lingue, incluso il cinese, e ancora oggi utilizzato per le rivoluzioni non violente.

Cosa dice questo manuale? Secondo Sharp in passato le opposizioni ai regimi si sono basate su solo pochi metodi come gli scioperi e le dimostrazioni di massa. Questo è un errore. Infatti esistono quasi duecento metodi di azione non violenta classificabili in tre categorie: protesta e persuasione, non cooperazione e intervento.

La strategia di opposizione non violenta segue diverse fasi. Dapprima si organizzano alcune azioni di protesta per testare la tolleranza del regime e lo stato d’animo della popolazione. Potrebbero venire organizzate delle proteste simboliche o un atto di non cooperazione. Ad esempio se i partecipanti sono pochi, mettere fiori in un posto di importanza simbolica. Mano a mano che il movimento di opposizione guadagna forza e popolarita si possono introdurre azioni più coraggiose per tagliare le risorse del potere al regime, paralizzare politicamente il potere e infine disintegrare il regime. Queste strategie potrebbero realizzare un crollo del regime in un arco di tempo molto lungo (anni) oppure molto breve.

Un regime ha bisogno della cooperazione di molte persone, gruppi e organizzazioni. L’esercito è una delle più importanti fonti del potere di una dittatura perché mantiene il controllo sulla violenza che il regime usa per mantenere la propria sopravvivenza. È quindi difficile, o addirittura impossibile, disintegrare la dittatura se la polizia, la burocrazia e le forze militari sono fedelissime al regime. Se, invece, il regime non può avere il supporto della polizia e dell’esercito, non può esercitare nessuna repressione e quindi la sua sopravvivenza è in pericolo.

Sharp utilizza un`antica favola cinese per spiegare che un regime dittatoriale si regge grazie all’appoggio della popolazione e, se questo appoggio viene meno, il regime non può sopravvivere. Nello stato feudale di Chu un uomo regnava grazie a delle scimmie che ogni mattina andavano a raccogliere per lui frutta nel bosco. Se non obbedivano, le scimmie venivano picchiate. Nessuna di loro aveva il coraggio di protestare. Un giorno realizzarono che l’uomo non aveva piantato gli alberi da frutto, ma crescevano naturalmente. E che quindi era l’uomo a dipendere da loro e non viceversa. Quindi le scimmie distrussero la recinzione che le teneva prigioniere, presero tutta la frutta e l’uomo morì di fame.

Sin qui la teoria di Sharp. Nella pratica le recenti rivoluzioni non violente si sono svolte seguendo questi precetti, ma anche altri più legati alle tecniche di marketing. Innanzitutto l’opposizione deve scegliere un nome breve: due sillabe al massimo. Poi deve darsi un simbolo appetibile e deve dedicarsi a diffondere il più possibile questo nome e simbolo come un brand: con adesivi, volantini, etc. Bisogna reclutare il numero più ampio di sostenitori: soprattutto giovani perché più coraggiosi. Infatti non hanno una famiglia, né un lavoro o delle proprietà da proteggere e sono facili da motivare.

Un tentativo di attuare queste tecniche in Cina è avvenuto in Tibet nel marzo 2008 quando una veglia per ricordare le dimostrazioni del 1959 si è ulteriormente sviluppata in una serie di marce di protesta sfociate in cariche della polizia, arresti dei dimostranti e diversi morti. Secondo alcuni reportage della stampa di Singapore queste proteste sarebbero state preparate in alcuno campi di training in India dove i leaders delle comunità tibetane avrebbero ricevuto una preparazione basata sui manuali di Sharp (con la prefazione del Dalai Lama) tra il 15 ed il 17 febbraio 2008 .

Ma in Tibet le dimostrazioni non hanno seguito il vincolo della non violenza imposto dal manuale di Gene Sharp e vi sono stati episodi feroci di violenza interetnica tra tibetani e han (la popolazione maggioritaria in Cina). Perché? Ala dura dei tibetani che non vogliono scendere a compromessi? Infiltrazioni dei cinesi che vogliono sconvolgere i piani dell’opposizione tibetana e metterli in cattiva luce? Mancanza di controllo da parte degli esiliati sui membri dell’opposizione in Tibet?

Proteste degli studenti a Piazza Tienanmen (1989)

Altro esempio di resistenza non violenta in Cina è avvenuto durante le proteste di piazza Tienanmen nell’ aprile/maggio/giugno del 1989. Anche a Tienanmen i dimostranti utilizzano tecniche di protesta non violenta ben prima dell’esistenza del manuale di Gene Sharp: marce, sit in, scioperi della fame. La proclamazione della legge marziale a Pechino il 20 maggio 1989 scatena la solidarietà degli abitanti pechinesi che occupano le strade per impedire all’esercito di raggiungere Tienanmen. Per la prima settimana di legge marziale i soldati non usano la violenza contro i dimostranti mentre la gente civile offre ai soldati cibo e acqua e cerca di convincerli a non attaccare i dimostranti. Alcuni soldati defezionano (circa un migliaio) e così i dimostranti credono che sia frutto della loro persuasione: invece era stato dato ordine perentorio all’esercito di non usare violenza durante quella prima fase di avvicinamento al centro di Pechino.

Poi il 3 giugno la radio cinese invita la cittadinanza a non uscire più di casa. È quindi chiaro che la piazza verrà sgomberata. Gli studenti pensano che verranno utilizzati proiettili di gomma e per questo distribuiscono alle prime file dei giubbotti imbottiti. Invece quando i soldati sparano uccidendo scoppia il caos. Alcuni dei leaders delle dimostrazioni sapevano che sarebbe stata usata la violenza ed anzi pensavano che proprio la violenza della repressione, il bagno di sangue, avrebbe scatenato il Jiu Jitsu politico nella società civile cinese. Così non è stato e la repressione ha vinto. Secondo Sharp ai manifestanti è mancato lo strategic planning: cioè la condivisione fra i dimostranti degli obiettivi, della durata e dei metodi della protesta.

Rimane il fatto che il Partito Comunista Cinese sia riuscito a resistere al collasso di quasi tutti i regimi comunisti e socialisti. Come? I leaders cinesi hanno studiato attentamente le cause dei crolli dei regimi all’estero e ne hanno tratto degli strumenti per impedire che ciò accada anche in Cina. Innanzitutto evitare divisioni della leadership. Poi prevenire proteste di larga scala. Infine mantenere i militari a fianco del partito (anche a costo di aumentare le prebende per le spese militari). Evitare divisioni nella leadership, prevenire dimostrazioni di massa e mantenere vicini partito e militari sembrano essere strategie per scongiurare le rivoluzioni non violente. Infatti nel 2005 il presidente cinese Hu Jintao ha ordinato alle università ed ai pensatoi cinesi di analizzare le recenti rivoluzioni non violente in maniera da poterne prevenire eventuali attuazioni in Cina.

Negli ultimi anni le manifestazioni in Cina sono aumentate in maniera incrementale. Le dimostrazioni contate da analisti stranieri nel solo 2011 sono state 200.000. I ricercatori della resistenza civile concordano nel sostenere che lo stretto controllo delle informazioni in Cina da parte del regime impedisce ai manifestanti di agire in maniera coordinata. Se questa coordinazione della resistenza civile fosse possibile il regime rischierebbe il crollo.

I più vocal nel protestare sono gli operai licenziati dalle fabbriche di stato, i contadini arrabbiati per le troppe tasse locali o per l`esproprio delle terre, le minoranze del Tibet e dello Xinjiang. Più recentemente anche i lavoratori migranti nelle grandi città come si è visto nelle recenti manifestazioni anti giapponesi. Le manifestazioni più temute sono proprio quelle dei lavoratori: l’influenza marxista sulla nomenklatura fa loro pensare che i lavoratori possano essere l’avanguardia di una rivoluzione in Cina. Inoltre i lavoratori delle fabbriche si possono organizzare facilmente, le loro proteste catturano l’attenzione dei media e possono manifestare direttamente nei centri economici del paese colpendo quindi la colonna portante della stabilità del regime cinese: la crescita economica.

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