
Una situazione molto complessa in quella regione economica di grande impatto strategico non solo per l’Europa. Attore principale, come sempre, il petrolio e i suoi derivati ma ai tempi attuali, il nucleare sta diventando ancor più forte del petrolio nelle dispute strategiche, insieme al controllo degli spazi: geocontrollo e aerocontrollo. E di sicuro serve anche alla dimensione di controllo del petrolio
Il Direttore Scientifico: Maria Gabriella Pasqualini
L’ondata di proteste anti governative, che hanno investito l’Iran a dicembre 2025, alimentate da una grave crisi economica e dal crollo della moneta locale, hanno innescato l’immediata e violenta repressione del regime, sollevando lo sdegno e la preoccupazione del mondo intero.
Gli Stati Uniti, ad oggi, continuano a mantenere una posizione ambivalente e, nonostante le minacce d’intervento militare, preoccupati delle conseguenze che un cambio improvviso di regime, non necessariamente migliore e meno radicale di quello attuale degli Ayatollah, potrebbe riverberarsi sull’intera regione mediorentale.
L’Amministrazione Trump sta agendo su due fronti: deterrenza con il rafforzamento della presenza navale e forti pressioni diplomatiche per portare a conclusione entro poco tempo un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.
Tuttavia, non si può escludere un’azione militare americana, che comunque avrebbe la caratteristica d’essere mirata e, soprattutto, rapida, per scongiurare le nefaste conseguenze di un conflitto prolungato.
Tra gli effetti collaterali di un ipotetico conflitto, ci potrebbe essere anche la chiusura dello Stretto di Hormuz, con conseguenze sulla sicurezza energetica mondiale, considerando che circa un quinto della produzione mondiale di greggio passa attraverso questo piccolo e stretto passaggio marittimo.
Lo Stretto collega l’Iran e il Sultanato dell’Oman e, seppur scarsamente largo, è sufficientemente profondo per consentire il transito delle petroliere.
Gli scenari che si potrebbero aprire hanno già spinto il Dipartimento dei trasporti americano ad emettere delle linee guida, consigliando alle proprie navi commerciali di mantenere una congrua distanza dalle acque territoriali iraniane Dopo questo semplice avviso s’è registrato un aumento del prezzo globale del petrolio.
Si evidenzia che lo Stretto di Hormuz lo scorso anno 2025 ha registrato un transito di circa 20 milioni di barili al giorno di greggio, di condensati e di carburante, per un valore di circa 600 miliardi di dollari.
I maggiori fruitori del passaggio di Hormuz, oltre all’Iran, sono tutti i paesi facenti parte dell’OPEC, in particolare l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e l’Iraq.
L’Arabia Saudita esporta circa 6 milioni di barili di greggio al giorno, rappresentando la quota più alta rispetto a tutti gli altri paesi limitrofi.
Oltre ai paesi arabi, risultano vulnerabili ad una eventuale chiusura dello Stretto anche i paesi asiatici.
Si evidenzia che l’Iran vende petrolio alla Cina, che rappresenta circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano verso il mercato globale, ad un prezzo inferiore a quello del mercato globale, e ciò rappresenta un’ancora di salvezza per il regime iraniano per arginare i danni derivanti dalle sanzioni internazionali.
Nel caso in cui si verificasse la chiusura dello Stretto, la Cina sarebbe il Paese che subirebbe le peggiori conseguenze. Va da sé che il dragone nel caso utilizzerebbe tutto il suo peso diplomatico e tutta la sua forza dissuasiva per scongiurare siffatta situazione.
Per la sua importanza, dunque, lo Stretto ha un valore strategico altissimo per l’Iran e rappresenta una vera e propria forma di deterrenza simile al possesso della tanto agognata bomba nucleare.
Ma come potrebbe l’Iran chiudere Hormuz? In realtà un blocco totale è complicatissimo da realizzare ma ci sono varie altre opzioni meno invasive che possono essere facilmente attuate dalle autorità iraniane.
Per esempio, ci potrebbe essere l’annuncio del divieto di navigazione, senza però specificare le conseguenze di una violazione. Così come l’obbligo d’ispezione senza preavviso alle navi in transito, soggette anche alla possibilità di essere confiscate.
L’opzione più probabile rimane la disseminazione delle mine marine lungo il tragitto, l’utilizzo di sottomarini e missili per colpire le navi in transito, sia civili, sia militari.
Nel passato l’Iran dispiegò dei missili e disseminò delle mine durante la decennale guerra con l’Iraq ed una di queste mine danneggiò una nave militare americana, spingendo gli Stati Uniti ad una reazione. Non si verificò la chiusura dello Stretto ma l’azione determinò un sensibile aumento dei premi assicurativi per il trasporto marittimo, nonché una congestione del traffico e della circolazione dei beni.
La minaccia della chiusura di Hormuz, che più volte negli anni s’è palesata, ha spinto i paesi esportatori di petrolio a sviluppare delle rotte alternative. Per esempio l’Arabia Saudita ha attivato l’oleodotto East-West, lungo più di mille chilometri, in grado di trasportare fino a 5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno collegato i giacimenti petroliferi con il porto di Fujairah, nel Golfo di Oman, tramite un oleodotto con una capacità giornaliera di 1,5 milioni di barili.
Il blocco dello Stretto avrebbe un impatto minore per gli Sati Uniti ma anche per l’Europa; ciò ci conforta ma fino ad un certo punto.
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