Le proteste in Iran e lo “State oil curdo”

di ANDREA BIANCHI

Durante questa settimana il Parlamento europeo si trasferisce a Strasburgo. E’ chiamata quindi, senza fantasia, “Strasbourg week”, quella serie di giorni in cui i lavori del Parlamento a Bruxelles si fermano, per proseguire appunto a Strasburgo. Fa pertanto più notizia, nel silenzio assordante, la piccola manifestazione che il 21 gennaio si è svolta di fronte al Parlamento. Faceva parte di un ciclo di proteste avviate pochi giorni prima dalla comunità curda, per dare un segnale, stando alle dichiarazioni ufficiose, contro i bombardamenti nel Rojava (Ammirazione autonoma della Siria del nord est) e appunto nel Kurdistan (1).

Colpiva l’ordine con il quale l’evento si sovlgeva e l’abbondanza di colori nelle bandiere e, al tempo stesso, l’assenza di giornalisti di qualsiasi tipo. Ma merita riflettere su un paio di punti: la presenza di cartelloni anti-Isis e anti al-Jolani (cioè l’attuale presidente della Siria, Ahmed al-Sharaa, essendo stato noto, in precedenza, come al-Jolani, il suo nome di battaglia), oltre a quelli del PDKI ossia dei Curdi iraniani. Come si rapporta tutto ciò con l’Europa?

L’Iran, almeno dal 2022, è rimasto disorientato dalla reazione dei mercati europei, mentre prevedeva un sensibile aumento delle richieste di forniture di idrocarburi da parte del Vecchio continente. Questo non è avvenuto e il regime ha continuato a utilizzare la soglia di purezza dell’uranio, come leva per ogni richiesta al rialzo, soprattutto verso Parigi e la Casa Bianca, peraltro in un contesto dove l’interoperabilità dual-use tra Iran, Russia e Cina continua a rappresentare una minaccia, se si guarda alla “redistribuzione” del potere in corso a Mosca. 

E a Teheran, come verrà inoculato il vaccino totalitario?

Diamo uno sguardo all’organigramma politico, tenendo conto che negli ultimi mesi, sicuramente, i dati reperibili online non sono sufficienti per un’esposizione veridica, nemmeno quando vengano integrati tra loro.

Il sistema politico iraniano è complesso e intrecciato, cerca di preservarsi, mentre la popolazione appare sempre più disillusa da un potere, a lungo esercitato dai teocrati.

A questo proposito l’analista Reuel Marc Gerecht ha scritto che “La persianizzazione e la centralizzazione dello Stato iraniano sono continuate sotto il regime dei chierici. In pratica, l’islamizzazione è stata l’altra faccia della medaglia della persianizzazione: un malinteso tributo al successo della dinastia Pahlavi nel creare un’identità nazionale partendo dal recupero, dalla rianimazione del passato.” (Foundation for Defense of Democracies).  

Dunque: persiani, azerbajani, kurdi, arabi ahwazi, lur (sciiti del Lurestan), gilak e mazani (sul Caspio), turkmeni e baluci (i quali usano il persiano solo come seconda lingua) compongono un mosaico instabile dal punto di vista sociale e politico. Sono quattro, nello specifico, le province azerbajane da monitorare: Ardabil, Azerbajan dell’est, Azerbaijan dell’ovest e Zanjan. Questo si è tradotto, sul piano della politica estera, nell’appoggio all’Armenia contro l’Azerbajan, durante il conflitto del 2020, anche se la situazione, rispetto ad allora, si è capovolta e nemmeno il fianco sudorientale dei baluci è pacificato. L’Iran cambierà, quando riuscirà a farlo, il suo regime perché la popolazione è costituita prevalentemente da individui nati a ridosso della rivoluzione, che non l’hanno vissuta in diretta e consapevolmente.

Nel 2035, stando ad analisi dell’UN Department of economic and social affairs, la maggioranza della popolazione avrà un’età compresa fra i 45 e i 54 anni. Secondo le stesse proiezioni, la popolazione passerà da 81,2 milioni del 2017 (prima delle sanzioni) ai 92 milioni del 2045, per poi deflettere, rimanendo i livelli attuali di 2 figli per donna. 

Inoltre, entro il 2030 Tehran incrementerà la sua popolazione di 10 milioni di unità, in uno scenario dove circa il 75% vivrà nei centri urbani e non in campagna (2).

In questa situazione, etnicamente “a mosaico”, gli elettori nominano un’assemblea di esperti, il Parlamento e il Presidente. L’assemblea degli esperti elegge (o blocca) il Leader Supremo, che seleziona i membri del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e ne approva le decisioni. Egli nomina il Consiglio delle Opportunità, il Consiglio dei Guardiani, i membri della magistratura e il Pasdaran. La magistratura può eleggere il Consiglio dei Guardiani, esercitando i poteri del Parlamento nei confronti del Presidente e del Gabinetto. 

Il Presidente nomina personalmente il Gabinetto e il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, mentre il Consiglio delle Opportunità supervisiona il lavoro del Presidente, del Parlamento e della Magistratura, fungendo da arbitro tra il Consiglio dei Guardiani e il Parlamento. Infine, il Consiglio dei Guardiani esercita il suo potere di veto sull’Assemblea degli Esperti, sul Parlamento e sul Presidente. 

Il Parlamento è composto prevalentemente da veterani dei Pasdaran, che occupano anche il Gabinetto e i governi dipartimentali. Ai livelli più alti, l’unità di intelligence della Guida Suprema presiede il Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza (MOIS), che riferisce al Gabinetto, allo stesso modo del Ministro dell’Interno e del Ministro della Difesa.

Negli ultimi due decenni, inserendo i propri sostenitori estremisti nei parlamenti, i Pasdaran hanno progressivamente cercato di ridurre le prerogative del Leader Supremo, che tuttavia rimangono molto estese, nonostante lo scoppio del dissidio con Ahmadinejad nel 2009, secondo quanto riportato in “The rise of the Pasdaran della RAND Corporation”. Oltre al Leader Supremo, è sopravvissuto solo l’Ayatollah Ahmad Jannati (di 99 anni): dal 1980 è a capo del Consiglio dei Guardiani, simbolicamente composto da dodici membri, carica che nel 2016 ha affiancato a quella di direttore dell’Assemblea degli Esperti, che gli conferisce il potere di nominare, controllare e destituire il Leader Supremo.

Dopo la rivoluzione, i Pasdaran si sono improvvisamente configurati come l’unico sostegno alle politiche dei religiosi. Hanno aumentato il loro potere dopo aver rimosso i servizi segreti dello Shah e i suoi apparati militari e legislativi. Sempre  che non accada qualcos’altro, lo scenario più probabile è che, alla morte della Guida Suprema, i Pasdaran prenderanno il potere in modo permanente.

È difficile oggi per USA e Israele destabilizzare l’Iran perché, diversamente dall’Egitto, dove è “sufficiente” spostare l’ordine dei fattori nella catena di comando militare, in Iran siamo di fronte a due livelli: esercito e Pasdaran.

Per quanto riguarda la difesa, secondo i dati del Council for Foreign Relations, occorre confrontare l’esercito regolare – 350.000 soldati di terra più 18.000 della marina, 37.000 dell’aeronautica e 15.000 della difesa aerea – con quello dei Pasdaran: 150.000 forze di terra, 20.000 forze navali, 15.000 forze aerospaziali, 600.000 Basji, la forza di contro-mobilitazione contro i colpi di Stato morbidi. Da aggiungere, le cifre aggregate delle forze IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps) schierate in Medio Oriente: Afghanistan tra 10.000 e 15.000; Bahrain non rilevato; Iraq 3 brigate per un totale medio di 45.000; Libano 45.000; Pakistan 3.500; Territori palestinesi 29.000; Siria 6.000; Yemen 20.000. Questi numerosi “centri” sono completamente autonomi per quanto riguarda il comando e il controllo.

Sicuramente le opzioni “made in USA” per lavorare ai fianchi il regime iraniano, come per esempio il MEK ( Mojahedin-e-Khalq, Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano) si rivelano meno realistiche che non la proposta di Reza Ciro, figlio del defunto Shah Pahlavi.

È vero che questi non conosce direttamente più il suo Paese di origine, ma è altrettanto valido sostenere che il MEK, con sede in Albania, terra dei seguaci del Sufismo (dimensione ‘mistica e esoterica’ dell’Islam), ha una guida puramente simbolica: Maryam Rajavi, una  donna musulmana, che sostiene la laicità delle istituzioni, ed è Presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Da parte sua, discende dalla dinastia dei Qajar, che regnò in Iran sino al 1925. Simboleggia un ponte significativo verso il passato persiano, facendo dimenticare l’esperienza dell’altra dinastia, quella più breve e “repressiva” dei Pahlavi. 

All’epoca Qajar, lungo il plateau panturanico che si stende dall’Anatolia a est sino all’Asia centrale, era in atto uno scontro, che potremmo sintetizzare come svolgentesi tra Islam rosso (turco) e verde (iraniano), per il controllo della macroregione. La dinamica, fatte salve le analogie storiche, si ripropone diversamente anche oggi con la Turchia non interessata a una destabilizzazione dell’Iran. Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri turco, Akan Fidan, sono chiare e non contraddittorie al riguardo, rispetto alla politica turca di “problem solving” con Israele.

Occorre recuperare un pensiero notevole dell’analista Marco Giaconi del 2014, per la rivista “Affari esteri”: “Se la Turchia, in fase di destabilizzazione da “mani pulite”, un classico delle psyops contemporanee, fa la pace con i curdi del PKK (allora vicini a Mosca col vecchio Partito “socialista” di Ocalan e oggi di Barzani) è possibile la creazione in Siria, come prima in Iraq, di uno oil State curdo che, certamente, non è nei desideri finali di Ankara, che quindi sarà portata a sostenere parallelamente anche l’Iran e il partito di Dio sciita libanese in Siria. Un doppio gioco che potrebbe stritolare la Turchia in una fase di crisi interna.” (3)

Al momento di licenziare l’articolo, giunge notizia di un altro attacco ai curdi impegnati a manifestare in Anversa la notte del 22 gennaio. Giunge altresì la notizia che Khamenei si è rifugiato in luogo segreto e che una flotta americana americana si dirige verso quei lidi.

  1. https://www.indegazette.be/koerdische-gemeenschappen-kondigen-groter-protest-aan-in-brussel/).
  2.  R. Cincotta, K. Sadjadpour, “Iran in Transition: the Implications of the Islamic Republic’s Changing Demographics”, Carnegie Endowment, 2017 al link https://carnegieendowment.org/research/2017/12/iran-in-transition-the-implications-of-the-islamic-republics-changing-demographics?lang=en)
  3. “La guerra in Siria e le sue geopolitiche”, Affari esteri 2014, ristampato in “Marco Giaconi e l’intelligence”, Historica Giubilei 2022, pp. 373-379).

Comments are closed.